
I novant'anni del Partito comunista cinese (AP Photo/Eugene Hoshiko)
Guo Huojia e Li Youzhou sono i primi politici cinesi eletti regolarmente senza il sostegno dell’unità comunista del loro villaggio. E moltro probabilmente per questa ragione non riusciranno mai a portare avanti il programma che li ha resi così popolari nel corso della loro rivoluzionaria campagna elettorale.
Guo Huojia ha 59 anni e viene da Xintiandi, Li Youzhou ne ha 37 ed è residente a Xiaxi. Sono nati e cresciuti in questi due microscopici villaggi del Guangdong dove, oggi, sperano di riuscire a cambiare qualcosa. Promuovendo il vero interesse degli abitanti, non quello di Pechino.
A Xintiandi vivono 8.136 persone che hanno il diritto di voto. 4.827 si sono espressi a favore di Guo. A Xiaxi abitano 6.389 cinesi, e 3.232 si sono schierati con Li. Nella speranza che riesca a proteggerli da chi negli ultimi mesi ha cercato di portar loro via la terra.
In Cina libere elezioni vengono organizzate da sempre solo a livello locale. Pechino sostiene da tempo di averle autorizzate per monitorarne gli effetti prima di estendere il sistema al resto del paese. In realtà, il partito sa benissimo che nei villaggi è molto facile per i funzionari comunisti essere confermati alla guida degli stessi, quindi è più disponibile a chiudere un occhio per compiacere chi si lamenta della scarsa trasparenza del regime.
Quest’anno, però, per la prima volta i candidati legati al partito hanno perso, e molti hanno pensato che questa evoluzione inattesa potesse portare con sè cambiamenti di ben altra portata. E invece è difficie che questa elezione, per quanto significativa, possa essere seguita da una vera e propria rivoluzione politica. Perché si tratta di due soli candidati eletti in due villaggi, che nei consigli dominati da decine di fedelissimi comunisti potranno fare ben poco. Resta da capire come mai il partito ha permesso che queste nomine fossero confermate. Forse per dimostrare che anche in Cina qualcosa può cambiare. Anche se solo in apparenza.
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Claudia Astarita è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Mercoledì 12 Ottobre 2011


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Commenti
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Il 12 Ottobre 2011 alle 22:01 e.fumagalli ha scritto:
E se dovesse cambiare veramente che figura ci fai? Mica tutti sono come noi, possono essere diversi e pure migliori. Non siamo i più belli e i più buoni siamo pure mal messi, visto che mettiamo il naso più volentieri in casa d’altri che nella nostra. Non vedi che succede da noi? Che ne pensano i cinesi? Facciamo ridere o pena. Amerai pure quei luoghi ma dire qualcosa di positivo? Sino paesi o villaggi che si autodeterminano se li eleggono, non li dobbiamo subire, delinquenti e persino in galera senza dimettersi. Vuoi che la Cina diventi come l’Italia? Che amore è.
Il 13 Ottobre 2011 alle 12:49 jimmie01 ha scritto:
Fumagalli, scusa ma la lingua che tu parli mi e` sconosciuta: ti dispiace tradurre il tuo commento in italiano? Thank you!
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