Quest’anno, la FAO non ha fornito l’aggiornamento di quanti sono ufficialmente gli affamati. Stanno cambiando il modo di raccogliere i dati, e bisogna tener buona la stima del 2010: 925 milioni di persone nel mondo soffrono perché non hanno da mangiare. Una battaglia quella contro la fame che non si riesce a vincere. La giornata dell’alimentazione, il 16 ottobre, quest’anno arriva sull’onda di una crisi umanitaria che ha colpito (ancora una volta) il corno d’Africa, in particolare la Somalia, condannando alla carestia 750 mila persone, L’Unicef ha dichiarato che nel paese dimenticato da tutti ogni sei minuti muore un bambino. Le loro madri che tentano di scappare in Kenya e raggiungere un campo profughi per scampare alla carestia, spesso vengono violentate lungo la strada da uomini armati che dettano legge in Somalia.
Qualcuno ha cominciato a sollevare dubbi sulle cifre dell’emergenza e sull’efficacia degli interventi umanitari del Programma alimentare mondiale e di sviluppo agricolo nella regione, che avrebbero dovuto fornire ai contadini gli strumenti per resistere meglio alla siccità. Quello su cui pochi hanno dubbi, invece, è che la sfida per dimezzare il numero di chi soffre la fame, uno degli Obiettivi del Millennio elaborati dall’Onu, appare sempre più difficile. E una delle ragioni principali sta nell’alto prezzo del cibo e soprattutto nella sua alta volatilità. Lo denuncia il tradizionale rapporto sullo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo, realizzato da FAO, IFAD e PAM e lo sottolinea anche il Global Hunger Index (GHI), l’indice globale della fame compilato dall’International food policy research institute (IFPRI) presentato in Italia da Link 2007 , Cesvi e Cosv. Il GHI elabora un punteggio e quindi una classifica sulla base di tre indicatori: la percentuale di persone denutrite, la percentuale di bambini sottopeso, in età compresa tra 0 e 5 anni e il tasso di mortalità infantile. Dal 1990 al 2011 sono stati compiuti passi avanti ma, avvertono i ricercatori, la percentuale di persone affamate rimane ancora troppo alta. Ventisei Paesi, la maggior parte in Africa sub sahariana e Asia meridionale, hanno livelli di fame estremamente allarmante. I progressi più evidenti si registrano in Angola, Bangladesh, Etiopia, Mozambico, Nicaragua, Niger e Vietnam. Mentre la situazione è peggiorata nella Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Corea del Nord, Comore, Swaziland, Costa d’Avorio. Di alcuni paesi come Afghanistan, Iraq e Somalia non ci sono dati a disposizione.
Lo shock dei prezzi di grano, mais e riso del 2007 e 2008 ha avuto effetti diversi nei paesi in via di sviluppo: i piccoli paesi africani che dipendono dalle importazioni per garantire un pasto ai propri abitanti hanno avuto la peggio, e il numero dei malnutriti nel continente è aumentato dell’8 per cento. Differente il caso asiatico, in paesi come Tailandia e Vietnam, esportatori di materie prime agricole, una più equa distribuzione della terra ha consentito anche i piccoli coltivatori di trarre beneficio dagli alti prezzi dei loro prodotti, in particolare il riso.
In generale la crescita e l’instabilità dei prezzi del cibo colpiscono soprattutto i poveri che vivono nelle città, e i contadini che coltivano un fazzoletto di terra insufficiente o non possono permettersi di comprare sementi e fertilizzanti (il cui prezzo è cresciuto insieme a quello del petrolio). La FAO stima che l’aumento della popolazione e di conseguenza della domanda di cibo, insieme a quella di agro carburanti, proietterà in alto anche del 20-30 per cento in più i prezzi alimentari nel prossimo decennio. L’ong Oxfam prevede che entro il 2030 il costo del cibo possa addirittura raddoppiare. Ma ancor più pericolosa dell’inflazione è la volatilità dei mercati agricoli, ovvero le frequenti oscillazioni nei prezzi che rischiano di blindare i più vulnerabili nella trappola della povertà: chi non ha molti mezzi non investe se il mercato è imprevedibile, chi ha paura vende anche a prezzi troppo bassi. Un’importante variazione del costo del cibo nel breve termine, può avere impatti molto più gravi nel lungo termine, sottolinea la FAO: se i bambini non mangiano a sufficienza nei primi 1.000 giorni di vita, vedranno compromessa la loro capacità di apprendere, quindi il loro futuro e quello della società in cui vivono.
Dietro alle altalene dei prezzi, spiega Stefano Piziali del Cesvi «c’è la corsa ai biocarburanti, l’aumento della speculazione con la crescita del volume degli scambi dei futures (contratti a termine) delle materie prime, i cambiamenti climatici. Questi fattori sono esacerbati dall’alta concentrazione dei mercati di esportazione, di fatto oggi l’approvvigionamento degli alimenti di base dipende da pochi paesi. Vi è anche un livello storicamente basso di riserve di grano e la mancanza di informazioni puntuali sul sistema alimentare mondiale che potrebbero aiutare a prevenire reazioni eccessive a fronte di modesti cambiamenti della domanda e dell’offerta».
La Fao chiede maggiori investimenti nell’agricoltura, la costituzione di meccanismi per tutelare i più poveri dalle tempeste dei prezzi, una più grande apertura e trasparenza dei mercati.
Link 2007 chiede di più: rivedere le politiche che concedono incentivi per coltivare carburanti al posto del cibo e una più stringente regolazione dell’attività finanziaria sui mercati agricoli.
I futures sui prodotti agricoli, che sono nati alla fine dell’Ottocento con la specifica funzione di metttere al riparo venditori e compratori da crolli o impennate improvvisi. Vent’anni fa la grande finanza ha lanciato i primi fondi che permettono a tutti di scommettere su un mercato che fino ad allora riguardava soltanto aziende dell’agrobusiness. Negli ultimi anni gli investimenti nei derivati legati alle materie prime agricole sono esplosi. Secondo i dati di Barclays Capital, che insieme a Goldman Sachs è uno dei principali operatori del settore, sono passati dai 65 miliardi del 2006 ai 126 del 2011. Ci sono periodi nei quali il mercato è in balia di operatori che nulla hanno a che fare con la produzione alimentare. Per porre un freno all’influenza di Wall Street sul prezzo del grano o del mais, è partita una mobilitazione mondiale. In prima fila ci sono l’inglese World Development Movement, gli americani di Stop gambling on hunger e la campagna italiana Sulla fame non si specula. L’iniziativa è partita nei primi mesi del 2011 con un appello rivolto ai candidati a sindaco di Milano affinché si impegnassero, in caso di vittoria, a non investire soldi del comune in prodotti finanziari legati alle materie prime agricole. Ha già raccolto l’adesione di migliaia di persone, e associazioni. Giovedì 20 ottobre alle 18 a Milano si terrà il primo confronto pubblico sull’argomento, cui parteciperanno Davide Corritore, direttore generale del Comune di Milano, Sophia Murphy ricercatrice dell’Istitute for agriculture and trade policy e l’economista Riccardo Moro. L’appuntamento si inserirsce nella SE.MI Settimana Milanese per l’alimentazione”, che dal 20 al 23 ottobre propone presso la Loggia dei Mercanti un ricco palinsesto di iniziative per informarsi e confrontarsi sulle problematiche legate all’alimentazione, sulle loro conseguenze a livello internazionale, nazionale e locale e sulle possibili soluzioni, affinché sia possibile imparare ad adottare stili di vita, anche individuali, sostenibili dal punto di vista alimentare e ambientale. Il tutto in vista di EXPO 2015 che ha come tema “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”
- Venerdì 14 Ottobre 2011


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