Si sapeva che sarebbe stato uno scambio doloroso: la vita di Gilad Shalit, giovanissimo soldato rapito da Hamas cinque anni or sono, per la libertà di oltre mille palestinesi, inclusi molti che si sono macchiati di crimini di sangue, di attentati terroristici in cui hanno perso la vita decine di persone. E che forse torneranno a uccidere. Gli israeliani questo lo sapevano, ma nonostante tutto è un prezzo che sono disposti a pagare, come dimostrano i sondaggi. Eppure, nella lista dei 1027 palestinesi che saranno liberati, c’è un nome che è proprio difficile mandare giù: quello di Abdel Aziz Salha, l’uomo entrato nella cronaca per uno degli episodi più barbari del conflitto arabo-israeliano, il linciaggio di Ramallah.
E’ quasi ironico pensare come il capitolo più mostruoso del conflitto mediorientale sia nato da una semplice banalità. Era l’ottobre del 2000 quando due riservisti dell’esercito israeliano si persero in macchina nei pressi di Gerusalemme e (come sono piccole le distanze in Israele!) si ritrovarono nel centro di Ramallah, capoluogo della Cisgiordania, nei Territori occupati. Impauriti, chiesero aiuto alla polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese, che li arrestò.
Ma la voce che c’erano due israeliani arrestati si sparse in fretta a Ramallah. E così la folla, accecata dall’odio, prese d’assalto il commissariato. Per una coincidenza, alcuni reporter italiani e un fotografo della Bbc erano nei paraggi e hanno ripreso la scena: le immagini dei due corpi dilaniati, le mani sporche di sangue mostrate con fierezza da uno dei loro carnefici sono rimaste impresse nella memoria di tutti gli israeliani, e non solo.
Un anno dopo fu arrestato Abdel Aziz Salha, identificato come l’uomo che aveva mostrato le mani insanguinate, in segno di giubilo, davanti alla folla. Più tardi avrebbe raccontato così la dinamica della sua impresa: “Vidi un soldato riverso sull’addome. Sulla schiena gli era stato conficcato un coltello. Lo impugnai a mia volta e lo pugnalai altre due o tre volte. Poi lo strangolai con le mie mani. Quando vidi che avevo le mani intrise di sangue, andai alla finestra e le mostrai ai manifestanti”.
Quelle immagini macabre, pesano ancora moltissimo nell’immaginario israeliano (Arutz Shtaym, il Canale due, le ha messe su YouTube, ma vi avvertiamo: sono immagini veramente crude, quindi cliccate qui solamente se ve la sentite). Per alcuni rappresentano in tutto l’odio viscerale, quasi inumano, che alcuni palestinesi nutrono nei confronti del nemico. Eppure questo non impedisce all’opinione pubblica di sostenere lo scambio di prigionieri: ben il 79 per cento degli israeliani è favorevole, secondo un’indagine recente del quotidiano Yediot Ahronot.
Il perché ve lo abbiamo già spiegato: riportare a casa ogni soldato, vivo o morto, è una priorità per l’opinione pubblica. Anche perché ognuno, in Israele, ha qualcuno nell’esercito, che sia un figlio, una figlia, un marito o un amico, e perché sapere che il governo è disposto a pagare qualsiasi prezzo per il bene di un militare è una condizione necessaria per rendere accettabile il peso del servizio di leva, che in Israele dura due anni per le donne e tre per gli uomini.
Qualsiasi prezzo, dunque, diventa accettabile: nel 2008 per ottenere la restituzione delle salme di due soldati israeliani fu liberato, insieme a altri guerriglieri libanesi, Samir Kuntar, accusato di avere strangolato a mani nude una bambina di quattro anni. Ogni scambio di prigionieri ha il suo “mostro.”
—
Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll
- Lunedì 17 Ottobre 2011


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Commenti
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Il 18 Ottobre 2011 alle 18:18 anna.one ha scritto:
@Il perché ve lo abbiamo già spiegato: riportare a casa ogni soldato, vivo o morto, è una priorità per l’opinione pubblica… è una condizione necessaria per rendere accettabile il peso del servizio di leva, che in Israele dura due anni per le donne e tre per gli uomini.
E per seguire il Mitzvah rabbah (Grande Comandamento) del Pidyon Shvuyim….”Redenzione dei Prigionieri”
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