
L'abbraccio tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il soldato Gilad Shalit appena liberato (Credits: AP Photo/ GPO, HO)
Dopo cinque anni di prigionia, Gilad Shalit è libero. Resta da chiedersi perché proprio adesso. Shalit fu rapito cinque anni fa in territorio israeliano da un commando di Hamas, gruppo terrorista palestinese nato dal movimento egiziano dei Fratelli Musulmani. Sappiamo che ci sono stati molti tentativi per negoziare la sua liberazione, che è intervenuto il presidente francese Nicolas Sarkozy e che i servizi segreti tedeschi hanno tentato una mediazione. Ma finora nessuno di questi sforzi aveva prodotto risultati tangibili. Che cosa è cambiato, dunque?
Per capire le circostanze che hanno reso possibile la liberazione del giovane militare, in cambio della scarcerazione di oltre mille prigionieri palestinesi, bisogna prendere in considerazione la situazione politica di due nazioni coinvolte nella cosiddetta “primavera araba”: Siria ed Egitto.
In Egitto le proteste da parte dei giovani, della società civile e dei partiti islamici hanno portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak lo scorso febbraio. In attesa di elezioni libere, il potere è passato nelle mani delle Forze Armate, che pure avevano sostenuto il dittatore per oltre trent’anni. Durante gli anni al potere, Mubarak aveva represso con il pugno di ferro l’opposizione islamica e in particolare i Fratelli Musulmani. Con le sue dimissioni, i Fratelli Musulmani possono aspirare a un ruolo politico sotto la luce del sole e alcuni pensano che potrebbero vincere le prossime elezioni. Questo spaventa i militari, che per tradizione non simpatizzano per i partiti islamici, ma che ora stanno cercando di instaurare un rapporto amichevole con i Fratelli Musulmani.
In Siria il popolo è sceso in piazza contro un altro dittatore, laico e sostenuto dai militari, nemico giurato dei Fratelli Musulmani: Bashar el-Assad. A differenza di Mubarak, Assad non si è dimesso e anzi sta portando avanti ormai da mesi una repressione sanguinaria che in questi giorni sta mietendo decine di morti.
Per decenni i vertici politici di Hamas, milizia palestinese responsabile di molti attentati terroristici (e per questo nella lista nera di Unione europea e Stati Uniti), hanno vissuto in esilio in Siria. Fino a poco tempo fa viveva a Damasco Khaled Meshaal, uno dei leader più importanti della milizia. Che adesso si trova al Cairo: ufficialmente per negoziare la liberazione di Shalit, anche se alcuni credono che si sia trasferito stabilmente in Egitto.
Per anni la Siria ha offerto a Hamas protezione in virtù di un’alleanze momentanea dettata dalla necessità in barba alle divisioni politico. Il regime di Assad e il gruppo terrorista avevano un nemico e un finanziatore in comune: Israele e la Repubblica islamica dell’Iran, rispettivamente. Ma Hamas, è una costola dei Fratelli Musulmani, gruppo islamico sunnita nato in Egitto, che a loro volta sono nemici giurati del regime di Assad, che è laico e sciita. In Siria il movimento dei Fratelli Musulmani è fuorilegge, i suoi membri spesso incarcerati e torturati. Assad tollerava Hamas solo per ragioni di realpolitik. E viceversa.
Da quando la piazza è esplosa anche in Siria, e quando il regime ha risposto con tutta la violenza di cui era capace, l’alleanza di comodo tra Hamas e Assad è diventata insostenibile: il confronto tra la dittatura sciita e i Fratelli Musulmani era ormai talmente frontale che Hamas non poteva più fare finta di niente. La milizia palestinese ha dovuto dunque cercare un nuovo Paese verso cui migrare. E quale luogo più adatto dell’Egitto, dove ormai non c’è più Mubarak e i Fratelli Musulmani si stanno rafforzando?
Al Cairo, come già accennato, i militari al potere stanno corteggiando i partiti islamici. Ma (almeno per il momento) le istituzioni egiziane vogliono mantenere dei buoni rapporti con Israele, con cui l’Egitto ha firmato un accordo di pace negli anni Settanta. Dunque è molto probabile che abbiano fatto pressione su Hamas, di modo che accettasse di liberare Shalit in cambio della scarcerazione di prigionieri palestinesi… e del permesso di trasferirsi in Egitto.
Del resto sono stati gli egiziani a mediare tra Hamas e Israele, che ufficialmente non si parlano. Il fatto Shalit ha permesso all’Egitto del dopo-Mubarak di presentarsi davanti alla comunità internazionale come una nazione ancora in grado di giocare un ruolo di mediatore importante. Resta da chiedersi che cosa accadrà quando Hamas avrà definitivamente spostato il suo quartier generale al Cairo. E che cosa ne sarà della pace tra Israele ed Egitto.
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Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll
- Martedì 18 Ottobre 2011

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