

di Mattia Ferraresi
È tutta colpa di Michael Moore. Dopo che il regista ha messo la sua ingombrante etichetta sull’occupazione di Wall Street, sono arrivati tutti gli altri: Susan Sarandon, Naomi Klein, Noam Chomsky, Slavoj Zizek e il caravanserraglio della cultura antagonista in dormiveglia è fisicamente o mediaticamente salito sul carro dei manifestanti con il duplice proposito di dare man forte ai ragazzi di Liberty plaza e uscire dall’irrilevanza sociale. Moore, imbonitore sociale e imprenditore di se stesso, ha passato settimane a parlare della «primavera americana» con i media indipendenti e del suo ultimo libro, Here comes trouble, con quelli mainstream, cosa che non è piaciuta affatto agli organizzatori di un sit-in che vive di pulsioni spontanee e autogestite. Poi sono arrivati i sindacati, le associazioni per i diritti civili, MoveOn.org e i network della base liberal, le confederazioni degli insegnanti, i gruppi studenteschi, gli editoriali di Paul Krugman sul New York Times.
Sono arrivate anche le voci infondate, e cavalcate, sull’endorsement dei Radiohead e altri artisti utili per fare massa critica. Con i 700 arresti sul ponte di Brooklyn i ragazzi di Zuccotti Park hanno fatto il salto di qualità e il numero dei manifestanti è passato nel giro di ventiquattr’ore dall’ordine delle centinaia a quello delle migliaia. Alla grande marcia di mercoledì 5 ottobre i giovani con i cartelli scritti a mano camminavano a fianco a fianco con ben più attempati manifestanti che diffondevano parole d’ordine strutturate e tradizionali, figlie della cultura sindacale degli anni Settanta e Ottanta.
Dietro l’organizzazione orizzontale e no brand di Occupy Wall Street si stava muovendo la macchina enorme e perfettamente oliata dell’antagonismo tradizionale, quella che nella seconda assemblea generale del movimento, sabato 8 a Washington Square Park, ha fornito una forza militante (e di conseguenza una massiccia copertura mediatica) altrimenti irraggiungibile; d’altra parte però a Liberty plaza sono ormai in molti a temere che la purezza ideologica del movimento venga commissariata e corrotta dalle «sorelle e fratelli» delle unioni sindacali.
La comunità che dorme, mangia e protesta a due passi da Wall Street è fin troppo ciarliera quando si tratta di denunciare l’avidità delle banche, le ingiustizie del sistema, l’oppressione esercitata dall’«1 per cento della popolazione» e la negazione del sogno americano; si vela di reticenza se messa di fronte alla riflessione sulle dinamiche interne che stanno cambiando i connotati della protesta. Chi azzarda qualche critica dall’interno lo fa a mezza voce, scegliendo la via dell’anonimato: “Con i sindacati e le cosiddette star abbiamo raggiunto numeri inaspettati, ma il rischio è che la nostra iniziativa venga annacquata. Non vogliamo diventare l’ennesimo movimento di protesta guidato dalle solite etichette”. Qualcun altro rende più esplicito il germe che intacca la purezza della manifestazione: “Quello che ci rende importanti e ci garantisce visibilità sui media è la stessa cosa che minaccia l’esistenza stessa del movimento”.
È dunque per uno strano gioco di paradossi che Moore e gli altri gran cerimonieri della protesta rischiano di diventare gli involontari alleati della cultura di Wall Street, gli usurpatori di un’iniziativa che affida tutta la sua capacità di «cambiare il mondo» (i ragazzi di Zuccotti Park non aspirano a niente di meno) alla spinta dal basso, all’organizzazione liquida che fa dell’assenza di portavoce e strutture convenzionali un punto d’onore. Loro, i giovani che scendono per la prima volta in piazza, sono l’energia fresca e innovativa di Occupy Wall Street; gli altri, i compagni di mille manifestazioni, sono i portatori di uno sguardo inevitabilmente rivolto al passato.
Quando i primi avanguardisti si sono installati nel parco erano avidi di sostegno e solidarietà da parte della società civile. Certo, volevano idealmente connettersi ai manifestanti greci, agli indignados spagnoli, ma anche e soprattutto agli insorti della Primavera araba, epigoni di una ribellione che si propaga attraverso i rimbalzi dei social network, ma non si prodigavano certo per ottenere il consenso della sovrastruttura. E meno di tutti l’ideatore dell’intera iniziativa, il direttore di Adbusters Micah White. Quando però dalle nottate all’addiaccio con maestri yoga e marijuana si è passati, senza nemmeno accorgersene, all’alba di una presunta rivoluzione postproletaria e poststudentesca, la faccenda del compromesso fra l’ideale in purezza e la necessità di portare a casa un risultato si è fatta sentire in tutta la sua contraddittorietà.
Ora i gestori della comunicazione di Occupy Wall Street passano la maggior parte del loro tempo a smentire gruppi e individui che suggeriscono un’inesistente affiliazione con il movimento e in alcuni casi anche quelle esistenti. È successo con le “13 richieste”» pubblicate sul sito ufficiale (ammesso, a questo punto, che ne esista uno) immediatamente riprese dai media più smaliziati e poi bollate dagli stessi manifestanti come opinioni personali di un utente troppo ciarliero. “Non esiste alcuna lista di richieste” dicono i manifestanti, ed è precisamente questa la formula che definisce le aspirazioni degli occupanti di Zuccotti Park: non vogliono nessuna sigla, nessun motto, nessun partito, nessuna ideologia, nessuna lista, nessuna richiesta, nessuna rivendicazione, nessuna proposta, nessun negoziato. Ovvero non vogliono tutto ciò di cui sindacati, associazioni e intellettuali antagonisti vivono. Prima degli scontri fisici con la polizia e ideologici con Wall Street a Liberty plaza c’è un conto interno da regolare fra la sfacciataggine creativa degli occupanti e l’armamentario della contestazione sociale imbracciato dai rivoltosi della seconda ora. In quel parco ormai non sono pochi a pensare che proprio quelli che hanno dato struttura e visibilità all’iniziativa siano i migliori alleati di Wall Street.
- Mercoledì 19 Ottobre 2011

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Commenti
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Il 19 Ottobre 2011 alle 17:57 anna.one ha scritto:
@Certo, volevano idealmente connettersi ai manifestanti greci, agli indignados spagnoli, ma anche e soprattutto agli insorti della Primavera araba, epigoni di una ribellione che si propaga attraverso i rimbalzi dei social network.
Ovvio, la stessa cabala è dietro entrambi i movimenti ….
Il 19 Ottobre 2011 alle 18:17 anna.one ha scritto:
Una cosa è evidente, nulla di nuovo sotto il sole, questo sembra scritto dagli occupanti di Wall Street, dal comitato dell’OWS (Occupy Wall Street), copiato tout court dal manifesto del WPA ( Worker Party of America) o Communist Party of America. Vanno a cicli..come le stagioni!
http://ia600307.us.archive.org.....WEWCWP.pdf
Il 31 Ottobre 2011 alle 12:51 Usa: la neve straordinaria non ferma gli indignati di Wall Street | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] Uniti, ma non ha fermato gli indignati di New York che, nonostante il gelo, hanno continuato a occupare Wall Street, denunciando maltrattamenti e furti da parte delle forze di sicurezza della Grande [...]
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