
Cristina Fernandez de Kirchner (Credits: UN Photo/Evan Schneider)
A poche ore dal voto che confermerà sicuramente Cristina Fernández de Kirchner, l’atmosfera che si respira per le strade del centro di Buenos Aires, è di calma piatta. E se dovessimo usare una parola per descrivere l’approccio della popolazione argentina verso il voto che, domenica 23 ottobre, deciderà chi sarà l’inquilino della Casa Rosada nei prossimi 4 anni, “noia” sarebbe senz’altro la più gettonata.
Cristina continuerà dunque a presidiare la Casa Rosada fino al 2015: è convinzione di tutti, dagli analisti all’uomo della strada. Solo un “pazzo potrebbe scommettere sulla vittoria di qualcuno che non sia l’attuale presidenta Cristina”, spiega un noto analista politico che scrive su La Nación, uno dei quotidiani più prestigiosi del Paese del tango.
Se infatti per il complicato sistema elettorale argentino alla vedova di Néstor Kirchner, per riconfermarsi, basterà ottenere il 45% dei voti (o il 40% con almeno il 10% sul secondo più votato), i sondaggi la danno ampiamente oltre il 53%. Se non bastasse, poi, le strane primarie dello scorso 14 agosto – strane perché in realtà sono state una sorta di elezione anticipata, con tutti i partiti in campo – avevano già detto che Lady Cristina detiene un parco voti “sicuro” superiore al 50% dei voti.
La domanda fondamentale è, dunque, perché la Kirchner ha letteralmente sbaragliato l’opposizione, garantendosi una vittoria sul piatto d’argento come mai era accaduto prima nella storia democratica del Paese del tango?
La causa principale del suo successo è legata al boom economico dell’Argentina che, trainata dal periodo d’oro latinoamericano – dal gigante Brasile in giù, infatti, tutta la regione sembra immune dalla crisi che attanaglia Europa e Stati Uniti – si è garantita una crescita di oltre il 7% del PIL nel 2010. Insomma, come spesso accade in politica, se l’economia va bene i governi non si cambiano.
Nonostante un’inflazione reale più alta di quella ufficiale dichiarata dall’Indec, l’ufficio statistico nazionale – 25% la prima, al 10% la seconda – mai negli ultimi 10 anni la disoccupazione è stata così bassa. Inoltre, il Frente para la Victoria, il partito di Cristina, è riuscito a costruirsi una fitta rete di alleati sino a ieri impensabili.
A cominciare dai ruralistas, ovvero i produttori agricoli di soia e commodities alimentari che, solo due anni fa, erano scesi sul piede di guerra contro Lady Kirchner a causa di nuovi dazi governativi sull’export alimentare che consideravano, all’epoca, “una follia“.
E persino l’imprenditore-sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri, ex proprietario della squadra di calcio del Boca e da molti considerato “il Berlusconi argentino”, in teoria l’avversario più accreditato di Cristina alla presidenza, ha evitato di “scendere in campo” quest’anno, lasciandosi una “porta aperta” per il 2015.
Il solo con qualche chance di andare al ballottaggio è Hermes Binner, già sindaco per un decennio di Rosario, città da lui bene amministrata, nel 2007 è stato il primo governatore – della Provincia di Santa Fé - della storia argentina membro del Partido Socialista.
La vera e unica alternativa a Cristina è lui: ottimo amministratore ha tuttavia un grosso handicap, tanto è adorato a Rosario e nella provincia di Santa Fé, tanto è sconosciuto in quel di Buenos Aires, dove gode di pochi appoggi. Insomma, le sue chance sono davvero ridotte al lumicino e, già domenica sera, Cristina dovrebbe riconfermarsi alla presidenza. Senza bisogno di andare al ballottaggio.
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Paolo Manzo, giornalista free-lance, vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Parla 6 lingue, laurea alla Bocconi, master all’ICE e scrive, tra gli altri, per CartaCapital, Le Monde Magazine, The News, La Stampa e Il Secolo XIX. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri
- Venerdì 21 Ottobre 2011

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