
Barack Obama (Credits: laPresse/Charles Dharapak)
E’stata una guerra che, in un primo momento era restio combattere, e che poi ha deciso di condurre a modo suo, senza rimanere in prima fila, almeno apparentemente; fiducioso nel fatto che, anche stando un passo di lato, avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo. E aveva ragione: è un conflitto che alla fine ha vinto. Dopo l’epilogo, dopo l’uccisione di Muhammar Gheddafi, Barack Obama ha rivendicato la vittoria.
Per il presidente americano un successo: la sua strategia “libica”, così tanto criticata, ha portato al risultato. Ma quanto il suo “nuovo approccio” alla guerra può essere replicato in altre situazioni? E quanto credito e consenso elettorale gli ha portato la vittoria contro Gheddafi, terzo “trofeo” , dopo l’eleminazione di Osama Bin Laden e - qualche settimana fa - dello Sceicco del Terrore, Anwar Al Awlaki? In entrambi i casi, la risposta sembra indicare un saldo negativo per Obama.
La “dottrina” scelta per combattere in Libia è stata: nessun soldato sul terreno (se non qualche decina di consiglieri militari accanto agli insorti del Cnt), uso di massicio raid aerei e missilistici (dalle navi nel Mediterraneo), impiego dei droni (per colpire gli obiettivi “mirati”) e - pur rimanendo nella cabina di regia dell’operazione - delega della leadership militare ai paesi alleati (Francia e Gran Bretagna).
Modalità di intervento ben diverse da quelle adottate dagli Usa nelle altre guerre, come le due precedenti condotte da George W. Bush. Ma Obama non voleva che la Libia diventasse il “suo” conflitto mediorientale; un terzo fronte (costoso anche in termini economici, in un momento di grande crisi), accanto ad Afghanistan e Iraq. Per questo suo approccio è stato criticato sia da destra (i repubblicani), sia da sinistra (i liberal).
Gli uomini del GOP l’avevano attacco con motivazioni diametralmente opposte. C’era chi lo aveva accusato di troppa prudenza e lo aveva invitato ad avere maggiore coraggio e chi, invece, al contrario, di aver voluto coinvolgere gli Usa in una guerra assolutamente inutile: la Libia, dicevano, non è mai stata una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Ora, dopo la fine del conflitto, alcuni dei critici di Obama hanno convertito le loro accuse in lodi. Il suo ex rivale per la corsa alla Casa Bianca, John McCain, ha detto che l’amministrazione ha ottenuto un importante successo: “Avevo un’idea ben diversa sulla tattica da adottare per sconfiggere Gheddafi, ma alla fine l’obiettivo è stato colto e senza di lui, il mondo è un posto migliore”.
La questione è che la “dottrina libica” non è replicabile in altre situazioni. Non lo certo, per esempio, per la Siria, Paese il cui regime - nonostante tutto - appare ancora solido al potere, il cui esercito è ben più forte dei mercenari di Muhammar Gheddafi, e la cui posizione strategica lo rende uno dei perni su cui ruotano gli equilibri dell’intero Medioriente.
Il “Nuovo approccio alla Guerra” di Barack Obama, seppur decisivo per la vittoria contro il Colonello, fondamentale per le sorti del popolo libico e carica di significati per il destino della Primavera Araba, rischia, alla fine, di essere una contingenza per gli Stati Uniti.
Queste modalità d’intervento appaiono simili - seppur su scala maggiore - a quelle usate per dare la caccia ed eliminare i terroristi sulla lista dei Most Wanted. Come è successo, appunto, nel caso di Osama Bin Laden e di colui che è stato considerato il suo erede: Anwar Al Awlaki. Poche truppe sul terreno (nel caso del leader di Al Qaeda) e l’utilizzo di un drone per l’uccisione dello sceicco nato nel New Mexico.
Il fatto è che Barack Obama potrà beneficiare ben poco della conquista di questi tre trofei nell’anno che precede le elezioni. Nonostante tutte queste vittorie, il presidente verrà giudicato dai suoi concittadini su di un unico punto: l’andamento dell’economia e la sua capacità di creare posti di lavoro.
Certo: Obama rivendicherà questi successi e i repubblicani non potranno più indicarlo come un presidente troppo prudente, quasi incerto in politica estera e nella difesa degli Usa contro i terroristi. Ma non saranno questi argomenti che gli permetteranno di ottenere il secondo mandato.
Muhammar Gheddafi, Osama Bin Laden e Anwar Al Awlaki, tra un anno, con tutta probabilità saranno dei lontani fantasmi per gli americani. Che andranno alle urne con il timore di altri spettri, primo tra tutti quello della disoccupazione.
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Venerdì 21 Ottobre 2011


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