Un trionfo atteso, contundente, senza diritto di replica per gli avversari. Cristina Fernández de Kirchner ha letteralmente sbaragliato gli avversari e, domenica 23 ottobre, si è riconfermata già al primo turno alla presidenza della repubblica argentina con il 54% circa dei voti.
Tutto come previsto anche per il secondo arrivato, ossia il socialista Hermes Binner, che si è aggiudicato il 17% circa dei voti. Detto che mai, da quando il Paese del tango è tornato alla democrazia, aveva visto trionfare con un distacco così ampio un presidente, come spiegare il trionfo di Lady Cristina e di tutti i governatori da lei appoggiati, con l’unica eccezione della provincia di San Luis? Cina e Carlos Menem.
Per differenti che possano sembrare, partiamo da questi due fattori, decisivi per capire il perché di questa vittoria.
Il gigante asiatico, infatti, sta comprando, oramai da anni, qualsiasi commodity agricola ovunque e, naturalmente, la soia e la carne argentina – principali componenti dell’export di Buenos Aires – non hanno fatto eccezione.
Se da un lato la “fame” di Pechino ha fatto schizzare all’insù i prezzi dei prodotti agricoli, dall’altro l’economia argentina è stata trascinata dal trend di acquisti cinesi che le hanno assicurato avanzi commerciali enormi con cui il governo di Cristina ha potuto finanziare progetti sociali e calmierare i prezzi di beni di consumo a cominciare, ad esempio, dalla benzina e dai combustibili.
Carlos Menem, acerrimo avversario di Cristina e del kirchnerismo solo qualche anno fa (per rendersene conto è sufficiente rileggersi questa intervista concessa da Menem nel 2007 in esclusiva a Panorama) oggi è un suo alleato al punto che, domenica 23 ottobre, si è riconfermato senatore per altri sei anni nel suo “feudo” della provincia de La Rioja.
Se la Cina ha garantito una crescita senza precedenti, dunque, a Buenos Aires negli ultimi 4 anni – elemento centrale quello economico per la riconferma di Cristina – Menem rappresenta il paradigma di come il “Cristinismo” è riuscito ad includere ed assorbire, con metodi più o meno trasparenti, qualsiasi tipo di dissenso.
Resta da vedere se, nei prossimi mesi ed anni, un modello basato su una bassissimo rinnovamento dell’apparato produttivo e una fortissima dipendenza dall’export di commodities possa reggere.
Anche perché, nonostante le cifre ufficiali, l’inflazione reale a Buenos Aires è tra le più alte al mondo (intorno al 30%) nonostante l’Indec – l’Istat argentino – continui ostinatamente a dire che sarebbe sotto il 10%. E in economia, di solito, bugie e nodi, vengono sempre prima o poi al pettine.
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Paolo Manzo, giornalista free-lance, vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Parla 6 lingue, laurea alla Bocconi, master all’ICE e scrive, tra gli altri, per CartaCapital, Le Monde Magazine, The News, La Stampa e Il Secolo XIX. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri
- Martedì 25 Ottobre 2011


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