
di Sergio Romano
Per gli Stati Uniti il negoziato con i terroristi è sempre inutilmente pericoloso. Dimostra al nemico che la sua strategia è redditizia. Salva una vita, ma mette a repentaglio quelle di altri potenziali ostaggi. Denuncia l’esistenza di una debolezza che qualcuno, inevitabilmente, cercherà di sfruttare. In Europa la linea adottata dai governi è più duttile. I negoziati hanno luogo, ma sono generalmente smentiti e il prezzo pagato è quasi sempre in denaro. Dopo il rapimento di Aldo Moro qualcuno propose la liberazione di alcuni terroristi e Sandro Pertini, allora presidente della Repubblica, sarebbe stato pronto a firmare un provvedimento di clemenza per una donna detenuta. Ma il governo si oppose; ed è probabile che uno scambio, anche limitato, sarebbe stato condannato dalla pubblica opinione.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ne è consapevole e sa che l’alleato americano non approverebbe mai esplicitamente lo sproporzionato scambio (1.027 contro uno) negoziato al Cairo con la mediazione dell’Egitto per riportare a casa il soldato Gilad Shalit, prigioniero dal 2006. Ma lo ha accettato nella convinzione che questo fosse il desiderio dei suoi connazionali. Non è la prima volta. Vi sono state circostanze in cui il governo di Gerusalemme ha liberato un considerevole numero di prigionieri per strappare a Hezbollah i resti umani di alcuni israeliani uccisi in combattimento o da attentati. Certo, vi sono gruppi di intransigenti israeliani che sono scesi nelle piazze per Manifestare contro la liberazione dei 1.027 palestinesi detenuti nelle carceri del paese, ma la Maggioranza è favorevole e la mossa, probabilmente, gioverà all’immagine del primo ministro.
A New York, con un duro discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite, Netanyahu ha raccolto i consensi di quella parte della società israeliana che è contraria all’apertura di un negoziato e alla nascita di uno stato palestinese. Oggi, con il ritorno del soldato Shalit, conquista quelli di tutti coloro che, indipendentemente dalle loro opinioni politiche, considerano la vita di un israeliano più importante della liberazione di 1.027 nemici. Non basta. Lo scambio potrebbe anche produrre, in una prospettiva israeliana, qualche utile ricaduta politica. Rafforza Hamas nei suoi rapporti con l’Autorità presieduta da Mahmud Abbas in Cisgiordania e contribuisce ad accentuare le divisioni del campo palestinese. È la stessa politica, con altri mezzi, che Israele perseguì negli anni Ottanta quando favorì la nascita di Hamas durante la prima intifada per piantare una spina religiosa nel fianco del movimento laico di Yasser Arafat.
Resta un quesito a cui non è facile rispondere. Perché uno scambio che sembrerebbe assurdo e pericoloso all’opinione pubblica europea e americana appare accettabile in Israele? Una prima ragione è il genocidio della Seconda guerra mondiale. Ciò che maggiormente ferisce la memoria ebraica è il ricordo di quella combinazione di impotenza, indifferenza e rassegnazione che rese possibile, sotto gli occhi dell’Europa, il massacro di 6 milioni di persone. Israele è nato per difendere gli ebrei, per intervenire ogni volta che una vita ebraica è in pericolo. La vita di Shalit, quindi, conta più di qualsiasi calcolo politico o militare. In questa posizione vi è anche, probabilmente, il sentimento di una superiorità che giustifica agli occhi del paese l’ineguaglianza dello scambio. È un sentimento che non può giovare, in ultima analisi, né ai rapporti di Israele con il mondo arabo né, in particolare, a quelli con i palestinesi.
- Martedì 25 Ottobre 2011

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