- Tags: Afghanistan, Barack Obama, Iran, iraq, obamamania, Pakistan, pentagono, ritiro, tagli budget, truppe
- Un commento

Due cittadini iracheni seguono in diretta tv un discorso di Barack Obama (Credits: LaPresse/Karim Kadim)
Ritirare le truppe, uscire dall’Afghanistan e dall’Iraq, servirà a sciogliere i nodi della politica estera americana, o rischia, invece, di renderli sempre più ingarbugliati? Barack Obama vuole mantenere le sue promesse elettorali e gli accordi firmati a Baghdad e ventilati a Kabul, ma le decisioni che il presidente americano ha preso (o sta per prendere) rischiano di dare una certezza all’opinione pubblica statunitense (il ritorno a casa dei soldati), ma allo stesso tempo, di provocare una situazione di instabilità negli equilibri dei Paesi (e delle regioni) interessati, potenzialmente controproducente per la stessa politica di sicurezza degli Usa.
Basta vedere quale è stata l’ultima uscita del presidente afghano Hamid Karzai. Intervistato dalla pachistana Geo Television, il Numero Uno di Kabul ha detto (candidamente): “Dio non voglia, ma se mai dovesse esserci una guerra tra Pakistan e America, noi saremo a fianco del Pakistan“.
Karzai non è nuovo a controverse dichiarazioni, ad attacchi all’Amministrazione Obama - nonostante i miliardi di dollari di aiuti ricevuti da Washington - e a repentini riposizionamenti a seconda della situazione contingente (quest’ultimo arriva dopo mesi e mesi di scambio di reciproche accuse e polemiche con Islamabad), ma queste parole, dette poche ore dopo aver incontrato nel suo ufficio di Kabul il Segretario di Stato Hillary Clinton, sono state un schiaffo nei confronti degli americani.
Il presidente afghano gioca sulle tensioni tra gli Usa e il Pakistan, mai così forti come nelle ultime settimane (tanto che qualcuno aveva ipotizzato un possibile scontro armato tra i due Paesi), che si sono attenuate (temporaneamente?) solo negli ultimi giorni, dopo la visita di Hillary Clinton a Islamabad.
Un’escalation che era iniziata con la scoperta che il covo di Osama Bin Laden era poco distante dalla capitale pachistana e che poi era proseguita con la denuncia da parte dell’ormai ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Usa, l’Ammiraglio Mike Mullen, il quale aveva accusato l’Isi, il potente servizio di intelligence pachistano, di avere contatti stretti con la rete Haqqani, un network terroristico molto vicino ai talebani che si muove a cavallo tra l’Afghanistan e il Pakistan, e di essere dietro l’attacco all’ambasciata Usa a Kabul.
Washington ha chiesto in modo fermo a Islamabad di smetterla con la politica del doppio gioco e questo ha provocato la dura reazione pachistana.
Sullo sfondo di questo pericoloso braccio di ferro ci sono le sorti del conflitto afghano e i futuri equilibri di quel Paese. Tra annunci di ritiro delle truppe, offensive militari e trattative segrete con i talebani, possibilità di influenzare, se non addirittura controllare (come ha sempre desiderato Islamabad), il destino dell’Afghanistan, l’amministrazione Obama si muove con un unico apparente obiettivo: mettere fine a un conflitto troppo lungo, doloroso e oneroso.
Ma, la voglia (e la fretta) di Barack Obama di presentarsi di fronte ai suoi elettori rivendicando di aver mantenuto una delle sue promesse della campagna elettorale del 2008 rischia di provocare qualche problema al processo di “stabilizzazione” dell’area. E al ruolo che gli Usa possono avere.
E’ vero che un calendario definitivo del ritiro dei soldati Usa non è stato ancora definitivamente stilato, ma, in prospettiva, il progressivo disimpegno degli Stati Uniti può lasciare spazio a una sempre maggiore presenza di Islamabad (che da quando “litiga” con Washington si è avvicinata molto a Pechino). L’attuale restio alleato potrebbe diventare in breve tempo un aperto e forte competitor degli Stati Uniti nella regione.
Stesso discorso vale per l’Iraq. L’annuncio di Barack Obama del ritiro di tutti i soldati Usa entro il 31 dicembre del 2011 ha sorpreso molti. E’ vero che questa data era stata decisa dagli accordi siglati tra Baghdad e George W. Bush nel 2008, ma è anche vero che le autorità americane stavano discutendo della possibilità di far rimanere un contingente militare, tra i 3.000 e i 5.000 uomini.
Un cifra esigua, comunque assolutamente insufficiente, secondo i generali del Pentagono sul campo. Ma su questo, un’intesa con gli iracheni non è stato trovata e il Commander in Chief ha dato l’ordine a tutti i suoi 39.000 soldati di stanza in Iraq, di tornarsene a casa, in attesa di siglare un nuovo possibile accordo con il governo di Baghdad sulla presenza in futuro di addestratori militari Usa in Iraq.
Quale è il rischio che potrebbe celarsi dietro il disimpegno militare americano? Lo ha detto, implicitamente, Hillary Clinton, quando ha lanciato un monito all’Iran: “Gli Stati Uniti rimangono fortemente impegnati a sostenere la democrazia irachena: questo nessuno deve metterlo in dubbio, in particolare Teheran.“
Insomma, il tema è quello della possibile influenza dell’Iran su di un Iraq “libero” dalla presenza militare militare Usa.
E’ vero che gli Stati Uniti hanno soldati e armi nei Paesi vicini (Arabia Saudita, primo tra tutti) come ha ricordato la stessa Clinton, ma la questione delle “penetrazione” iraniana in Iraq - sempre latente in questi anni - torna all’ordine del giorno con l’annuncio di Barack Obama.
Il presidente ha “chiuso” due guerre (Libia e Iraq) in pochi giorni e lavora per mettere la parola fine alla terza (l’Afghanistan). Ma i successi in politica estera gli serviranno poco per ottenere il secondo mandato. E, le decisioni adottate lasciano lo spazio a molte incognite per la sicurezza americana.
—
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Martedì 25 Ottobre 2011


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Commenti
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Il 25 Ottobre 2011 alle 16:56 anna.one ha scritto:
@
E’ vero che gli Stati Uniti hanno soldati e armi nei Paesi vicini (Arabia Saudita, primo tra tutti)
No, nel 2003 gli US ritirarono 4,500 uomini, ne lasciarono 500 per proteggere le ambasciate, come ne rimarranno circa 600 in Baghdad.
Ce ne sono pero’ circa 40,000 sparsi nela regione, in Bahrein, UAE e nella huge base del Central Command in Qatar, e 23,000 in Kuwait.
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