
Bambine indiane (Credits: Frank May/La Presse)
Per anni sono state chiamate “Nakusa” o “Nakoshi“, che in lingua marathi, quella del Maharashtra, lo stato che ha come capitale Mumbai, significa “non voluta”, “indesiderata“. Poi, finalmente, il governo locale ha deciso di spendersi in prima persona per far capire alle famiglie che le bambine non possono essere considerate “elementi inutili della popolazione“, ma hanno la stessa dignità di ogni altro indiano. Indipendentemente dalla casta di appartenenza.
Portandosi dietro il nome “Nakusa” queste bambine non facevano altro che ricordare a tutti quanto la nascita di una donna vada considerata un evento indesiderato, quasi nefasto. Ma in India si sa che le femmine sono soltanto un peso. Da nutrire, crescere e poi cedere a qualcun altro, spesso persino con una costosissima dote. Insomma, un vero e proprio investimento senza rendimento.
Il governo di Mumbai, mosso probabilmente dall’esigenza di rilanciare l’immagine sessista e patriarcale della società indiana, ha deciso di organizzare una serie di cerimonie collettive all’interno delle quali tutte le bambine “indesiderate” possono cambiare nome. Sono centinaia le ragazze che, nelle ultime settimane, dopo aver indossato i loro sari migliori e agghindato i capelli con fiori e nastri, sono arrivate a Satara o nelle altre città stabilite dal governo per ricevere un certificato che, sulla carta, ha cambiato loro la vita. In pochi minuti è stato messo nero su bianco che queste ragazze non potranno più essere chiamate “non volute”, ma tutti dovranno rivolgersi a loro con il nuovo nome che si sono scelte.
“La libertà che il governo ci ha concesso permettendoci di scegliere un nome vero non ha pezzo”, commenta sorridendo Aishwarya, una ragazza evidentemente appassionata di film bollywoodiani. Molte bambine hanno selezionato nomi tradizionali come “Vaishali”, che significa “bella e buona”, altre appellativi ispirati a divinità induiste, come “Savitri“. “Tutti i miei compagni di classe da oggi in poi dovranno chiamarmi Ashmita”, grida di gioia un’altra bambina.
Cambiando nome tutte queste ragazze hanno ottenuto un’identità, potranno finalmente sentirsi delle persone, e non dei rifiuti della società. Avere un nome, però, purtroppo per loro non implica ricevere il rispetto dei compaesani o essere trattate con dignità. Sono infatti sempre delle donne che, in India, è inutile nasconderlo, rimarranno ancora a lungo un peso. C’è chi spera che, una volta diventate adulte, queste ragazze che hanno avuto la fortuna di recuperare quanto meno la loro identità decidano di non abortire o uccidere le loro bambine. Ma più passa il tempo più si ha la sensazione che anche le mamme che combattono per far in modo che nel Subcontinente le donne ottengano qualche diritto in più, quando poi si ritrovano a decidere il destino delle figlie appena nate, spesso cedono alla rabbia dei mariti delusi e determinati a togliere loro la vita per “farle soffrire una volta sola, non per sempre“.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” a John Cabot University (Roma) e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Giovedì 27 Ottobre 2011


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