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Tahar Ben Jelloun, le rivolte arabe e il meticciato - L’INTERVISTA

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  • Tags: il mio iran, rivolte-arabe, Tahar Ben Jelloun
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(Credits: Dal Zennaro/Ansa)

(Credits: Dal Zennaro/Ansa)

Farian Sabahi“La democrazia non è un gadget, è una cultura e il mondo arabo lo sta imparando. Queste rivoluzioni di oggi avranno almeno un vantaggio: più niente sarà come prima né all’interno del Paese né all’esterno”, osserva lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun che per Bompiani ha pubblicato La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba.

Poeta, romanziere e giornalista, è nato a Fez, in Marocco, nel 1944, nell’87 ha vinto il premio Goncourt con La nuit sacrée e nel 2006 il premio internazionale Trieste Poesia. Poco per volta, è diventato uno dei più noti scrittori post-coloniali. Suo padre era commerciante. Alla madre ha dedicato uno degli ultimi romanzi, dal titolo Mia madre, la mia bambina.

A 18 anni, Tahar Ben Jelloun ha lasciato Fez per Tangeri, dove ha frequentato il liceo francese, per poi iscriversi – nel 1963 – all’Università Mohammed V di Rabat. E proprio all’università, dove ha studiato filosofia, ha scritto in francese le sue prime poesie, raccolte in Hommes sous linceul de silence. Emigrato in Francia nel 1971, ha frequentato l’università a Parigi dove ha conseguito il dottorato in psichiatria sociale con una tesi sulla sessualità dei maghrebini immigrati in Francia, che verrà poi pubblicata con il titolo L’estrema solitudine. Ed è dalla collaborazione con uno psicanalista francese che arriva la spinta per la scrittura creativa. Anche il suo secondo lavoro, il romanzo La reclusione solitaria, ha a che vedere con le disfunzioni dei pazienti. Segue L’enfant de sable, e tanti premi.

Non vogliamo parlare dei suoi libri ma dare voce a lei, l’uomo e la sua storia. Suo padre era commerciante. Più complessa l’identità di sua madre, affiorata con la malattia. In che senso l’Alzheimer ha reso la memoria a sua madre?

È normale, quando si arriva a una certa età si inizia a perdere un po’ la memoria, quello che le è successo è che ripeteva sempre le stesse cose, ormai aveva 85 anni, ha iniziato a perdere la testa e i ricordi, e al tempo stesso dei vecchi ricordi tornavano in superficie, questo è un po’ il tema del libro su mia madre.

È un libro che ho molto amato, in cui lei critica gli occidentali che mettono gli anziani all’ospizio. Che cosa è venuto a sapere di sua madre, durante la malattia?

Non critico gli occidentali, constato che hanno un comportamento con gli anziani che mi sciocca, ma al tempo stesso non faccio loro la morale, ognuno se la sbriga con i valori con cui vive. Noi in Marocco, e in generale nel mondo musulmano e arabo, abbiamo un valore essenziale che è il rispetto assoluto dei genitori, e degli insegnanti, di tutti coloro che ci insegnano qualcosa. Per noi è normale, ma non lo è del tutto in Occidente. I marocchini sono come tutti quanti: amano i soldi, amano il lusso, amano il piacere e tutto il resto. Ma al tempo stesso riconoscono la sacralità del padre e della madre.

Che cosa è emerso di sua madre e della sua storia durante la malattia?

Sono venuti a galla soprattutto i suoi ricordi d’infanzia e d’adolescenza, che non conoscevo perché mia madre non mi faceva confidenze. Non avevamo un rapporto di amicizia, ma un rapporto madre-figlio e figlio-madre. Lei parlava della sua infanzia, parlava del suo matrimonio, parlava. Ma in un modo che le sfuggiva di mano, non era cosciente di quello che raccontava.

Che cosa ci racconta invece della sua infanzia, qual è il ricordo più bello?

Ero un bambino piuttosto felice. Ero un bambino un po’ gracile, un po’ malaticcio, e quindi spesso a casa. Ho dei ricordi… Di momenti in cui mi annoiavo molto. Ma in quegli anni un bambino che si annoiava non aveva scelta. Giocavo con le scatole di medicinali, con le nuvole che guardavo nel cielo. E questi sono i ricordi che mi restano dell’infanzia.

Lei ha due fratelli e una sorella, tutti più grandi, che vivono in Marocco. Che rapporto aveva con loro e con gli altri suoi coetanei?

In seguito, durante l’adolescenza per le vacanze ci si ritrovava con i cugini e soprattutto con le cugine con cui si facevano dei giochi un po’ erotici, ma innocenti. Si giocava al marito e alla moglie ma tutto restava molto nell’ambito della decenza.

Dove trascorrevate le vacanze?

A Casablanca, nella casa di mio zio. Oppure restavo a Tangeri, in spiaggia con degli amici. Non siamo stati cresciuti con l’abitudine di programmare vacanze, di viaggiare. No, si andava dallo zio perché era a Casablanca, a 400 km da Tangeri e quindi ci voleva quasi un giorno di viaggio in corriera, si arriva e ci restavamo quasi un mese con gli altri cugini, giocavamo, giocavamo come tutti i bambini, ma non andavamo in montagna, non andavamo in Costa Azzurra, e l’inverno non andavamo a sciare. Eravamo gente povera e ce la cavavamo con quello che avevamo.

Qual è stata la prima volta che si è recato all’estero?

La prima volta che ho lasciato il Marocco era il 1961, il luglio 1961. Sono andato all’estero perché amo molto il cinema e mi occupavo del cineclub di Tangeri, e il cineclub mi mandò in Francia per seguire uno stage intensivo di visione di film affinché poi potessi presentare delle pellicole a Tangeri. Di conseguenza, ho passato una decina di giorni in una piccola cittadina francese nei pressi di Parigi, che si chiama Marie-le-Roi. Si proiettavano cinque-sei film al giorno e lì ho appreso tutta la mia cultura cinematografica e la passione per il cinema.

Quand’era giovane, che rapporto aveva con l’Occidente, e in particolare con i francesi?

Non mi ponevo questo tipo di domande, i francesi erano là, non avevo pregiudizi. Per me un francese è un francese, tutto lì. E poi all’epoca non ci si poneva la questione oriente-occidente, cristiano-musulmano. Vivevamo tutti a Tangeri, era una città cosmopolita in cui convivevano nazionalità diverse, c’erano degli inglesi, dei tedeschi, degli italiani e dei francesi, c’erano degli americani. E per me era naturale, pensavo che il mondo dovesse essere così, non mi ponevo domande. Si percepiva comunque un pizzico di razzismo nei confronti degli arabi, ricordo che talvolta i compagni di liceo organizzavano delle feste, dei party, e non invitavamo gli arabi. Non ero invitato a queste feste a sorpresa, a queste feste in cui si ballava. E allora iniziavo a domandarmi perché non ci invitavano. Evidentemente… Beh mi sono reso conto delle relazioni un po’ complicate tra i francesi e i marocchini.

Si sentiva in una qualche misura il peso del colonialismo?

Sì, ma era un colonialismo un po’ gentile perché non era l’Algeria, che era stata occupata dai francesi. Noi, in Marocco, eravamo un protettorato che non era simpatico ma nemmeno drammatico, non abbiamo fatto la guerra contro la Francia, ci sono stati alcuni giorni di violenza, tutto lì.

Nel 1971 lei emigra in Francia: si ricorda come ha preso questa decisione?

Ero professore di filosofia a Casablanca, e amavo il mio mestiere ma non riuscivo a fare il mio lavoro di docente perché c’erano scioperi in continuazione, alcuni studenti non venivano in classe perché manifestavano contro il regime di Hassan II, si facevano picchiare. Io stesso fui fermato, e portato in prigione, lavorare in quelle condizioni era insopportabile. Ovviamente ero dalla parte degli studenti. Ogni volta ero scioccato di come la polizia penetrasse fin dentro al liceo e un giorno me la presi con il direttore dell’istituto, a cui chiesi come poteva permettere alla polizia di entrare nel liceo. Ma era un vigliacco. Ero in una situazione decisamente sgradevole per lavorare, anche perché poi vi fu la decisione del ministero degli Interni, e non del ministero dell’Istruzione, di sopprimere l’insegnamento della filosofia che fu rimpiazzato da un corso, in arabo, sul pensiero islamico. A quel momento capii che non potevo andare avanti così, e sono partito. Fortunatamente a quell’epoca non servivano visti per entrare in Francia, presi il passaporto, non avevo soldi, non avevo nulla. Partii per la Francia con quel poco che avevo, me la sono cavata, da solo!

Associa la partenza a una grande fatica?

No, per me era una nuova avventura. Ero disperato all’idea di vedere il Marocco affondare in una forma di dittatura che sarebbe durata più di vent’anni, a partire da 1971.

Si ricorda il suo primo giorno il Francia? Era inverno o estate?

Era il mese di settembre, il cielo era grigio. Parigi è una città molto bella di notte ma di giorno non si riesce a vedere la sua bellezza. Ci vuole la notte per vedere la bellezza di Parigi. I muri erano, a quell’epoca, molto grigi, molto neri a causa dell’inquinamento.

Lei aveva già dei contatti a Parigi quando è partito?

Sì, sì, conoscevo Parigi, avevo qualche contatto, non molti, ma si trattava di persone che sarebbero diventate degli amici.

Quali sono state le difficoltà maggiori dell’emigrazione per lei?

Non sono emigrato, sono venuto in Francia per studiare, non vivevo con gli immigrati. Ma le difficoltà erano quelle classiche: dovevo lavorare per vivere, mentre studiavo facevo l’imbianchino in uno stabile, ricordo quanto freddo faceva, nel mese di dicembre il termometro scendeva a -4, -5 gradi ed io ero sulla scala con il pennello in mano. Sono dei dati di fatto ma non è stata la fine del mondo, non ne faccio un atto eroico, dovevo guadagnarmi da vivere e non potevo contare sui miei genitori perché non avevano abbastanza soldi. Mi davo da fare in modo naturale, senza protestare.

Parte del suo lavoro letterario trae ispirazione dal mestiere di psicoterapeuta: quando ha smesso, di fare lo psicoterapeuta e perché?

Non avevo intenzione di fare psicoterapia, è successo per caso. Lavoravo sulla psicologia, lavoravo sugli immigrati, sull’impotenza sessuale e poi uno psichiatra, uno psicanalista, mi chiese di aiutarlo e in effetti mi sono ritrovato da un giorno all’altro con dei pazienti che venivano a chiedermi consulenza per sapere come risolvere i loro problemi. Praticamente non ero pagato, o comunque ricevevo veramente poco denaro. Ricordo che all’epoca guadagnavo l’equivalente di 3 euro l’ora. Svolgevo un lavoro veramente appassionante ma ero sfruttato da questo psicanalista che aveva un centro medico.

Come ha fatto a mantenersi per tanti anni, prima di diventare uno scrittore di successo?

No, al tempo stesso ho avuto la fortuna di scrivere degli articoli per il quotidiano francese Le Monde. Scrivevo per Le Monde, facevo dei lavoretti, avevo un’associazione caritatevole che all’epoca mi dava 500 franchi francesi al mese, era tanto, era come se oggi mi dessero 500 euro al mese, era una cifra enorme. Me la cavavo bene, e riuscivo persino a mandare del denaro a mia madre per comprare le medicine di cui aveva bisogno.

Lei interviene spesso con dibattiti e articoli sui problemi della società, soprattutto sul problema della periferia urbana e del razzismo. Per il messaggio contenuto nel libro Il razzismo spiegato a mia figlia le è stato conferito dal segretario delle Nazioni Unite il Global Tolerance Award. Tahar Ben Jelloun, lei è mai stato vittima del razzismo?

No, non come può succedere a un lavoratore nero oppure a un lavoratore nordafricano che si fa fermare all’uscita della metropolitana e controllare, in modo sistematico. Ancora oggi, appena si vede un giovane, un nero o un nordafricano lo si ferma per sapere se non è un terrorista, o drogato. Mi è capitato di essere controllato due o tre volte, una cosa normale. Non ho subito il razzismo di cui sono vittime i lavoratori. Ma ho subito altri tipi di razzismo, un razzismo più sottile, tipico di quegli ambienti di destra, della destra francese. Certo, ma non ne faccio un dramma.

E per quello che riguarda i suoi figli?

I miei figli? No, non sono mai stati vittima di razzismo, no, sono francesi, i miei figli. Non percepiscono la differenza ma certo, sono sensibili al problema del razzismo, certo.

La sua lingua madre è l’arabo, ma lei ha frequentato il liceo francese di Tangeri e scrive in francese: qual è il rapporto con queste due lingue? Nel suo mondo personale c’è una qualche divisione di ruoli, tra l’arabo e il francese?

Sono di lingua madre araba, un arabo dialettale, e poi ho studiato l’arabo classico a scuola. Ma al tempo stesso ho trovato più interessante scrivere in francese perché è una lingua che non era la mia, e quindi era una sfida poter scrivere in una lingua tanto lontana dalla mia, e al tempo stesso tanto vicina. E non sento conflitto tra le due lingue.

Lei ha scritto un romanzo molto bello, L’uomo che amava troppo le donne. Da dove vengono queste donne?

Sì, ho raccontato questa storia per mostrare che il meticciato culturale è talvolta tragico perché può capitare di sposare una persona dello stesso Paese ma non della stessa cultura, e questo è terribile. Intendo dire che le differenze e le difficoltà che abbiamo avuto non sono state di ordine psicologico, non sono state quelle classiche, sono state delle difficoltà culturali: la cultura berbera di mia moglie, proveniente dal sud del Marocco, ho scoperto quanto sia diversa, veramente diversa, dalla cultura araba. E mi sono reso conto delle differenze enormi tra berberi e arabi, che peraltro sono tutti marocchini. Se mi permette il paragone, è come un siciliano e un milanese: se un milanese sposa una siciliana che non ha veramente mai lasciato la Sicilia e lui è un milanese di una grande famiglia aristocratica, voi immaginate il conflitto. E’ stato un po’ così.

E quindi il romanzo L’uomo che amava troppo le donne è in buona parte autobiografico?

E’ autobiografico, ma ci ho lavorato molto, dal punto di vista letterario, in modo da renderlo una storia universale. Non volevo che ad emergere fosse la mia storia, perché la mia storia è sfortunatamente nei dossier degli avvocati. Volevo andare oltre quello che avevo vissuto ed esaminare i conflitti della coppia perché quando gli europei parlano di conflitti tra uomini e donne sono conflitti classici, di parità. Per esempio avete la condizione della donna in Europa che non è ancora del tutto paritetica a quella dell’uomo nonostante le leggi, ci sono sempre dei conflitti. In Francia, per esempio, le donne sono – ancora oggi – pagate meno degli uomini. Sono cose che creano difficoltà. Nel contesto di due culture, di culture molto molto lontane, sono degli shock terribili.

—

Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere

  • farian
  • Giovedì 27 Ottobre 2011

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