Un prigioniero israeliano in cambio di molti prigionieri arabi. A prima vista l’accordo tra Egitto e Israele ricorda molto la vicenda recente di Gilad Shalit. Ma le similitudini si fermano qui. Questa la notizia: le autorità egiziane hanno liberato Ilan Grapel, un giovanotto con doppia cittadinanza americana e israeliana arrestato al Cairo con l’accusa (improbabile, e vedremo perché) di essere una spia del Mossad. In cambio Israele ha messo in libertà 25 prigionieri egiziani, tutti arrestati per crimini comuni.
A differenza del caso Shalit, qui le questioni di sicurezza nazionale c’entrano poco. I prigionieri egiziani, di cui tre sono minorenni, non sono terroristi né militanti politici affiliati ad organizzazioni estremiste: pare fossero “dentro” per reati connessi principalmente a immigrazione clandestina. Quanto a Ilan Grapel, difficile pensare che sia veramente una spia.
Ricapitolando: Grapel, 27 anni, è un giovane ebreo americano che per qualche anno ha vissuto in Israele, prendendo la cittadinanza e facendo anche il servizio di leva. Poi è tornato a casa per studiare Legge. La scorsa estate è andato al Cairo con la sua ragazza per vedere la Primavera Araba con i suoi occhi (pare il ragazzo sia di sinistra e molto simpatizzante con il movimento di piazza egiziano). A quel punto lo hanno identificato come spia in base alle seguenti prove:
- Sul suo profilo di Facebook Grapel aveva una foto dei tempi del militare
- Un cameriere avrebbe detto che lasciava mance generose
- Un altro cameriere avrebbe riferito che Grapel e la sua fidanzata “parlavano a bassa voce“
- Un testimone l’ha visto consultare un dizionario arabo-ebraico
Le “prove” talmente ridicole che persino la Bbc, l’emittente di Stato britannica tradizionalmente poco tenera con Israele, le ha definite “tutto fuorché convincenti”. Anche perché Grapel, che è entrato in Egitto con documenti regolarissimi, per essere una spia sarebbe proprio imbranato.
Per capire le ragioni del suo arresto – e anche quelle del suo rilascio – bisogna addentrarsi un po’ nell’attuale situazione egiziana. Da quando il presidente-dittatore Hosni Mubarak è stato deposto lo scorso febbraio, il Paese è governato dal Consiglio Supremo delle Forze Armate, che ha il compito di gestire la transizione verso la democrazia. Si vota a fine novembre.
Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ricopre un ruolo strano. Da un lato, pur sapendo che per forza di cose l’Egitto sta andando verso una qualche forma di democrazia, sta cercando di mantenere una fetta di potere, i critici, in Egitto, accusano i militari di “strascicare i piedi” per limitare le riforme democratiche. Dall’altro lato, i militari hanno un problema di immagine pubblica, dal momento che sono considerati vicini all’ex dittatore (Mubarak era un generale).
In questo problema di immagine, Israele rappresenta un nervo scoperto. Tra Egitto e Israele vige un accordo di pace sottoscritto nel 1979. Mubarak, che è salito al potere nel 1981, ha sempre mantenuto una pace fredda con Israele, ma contemporaneamente attraverso i media di regime ha portato avanti una propaganda contro Israele. Risultato? La pace fredda tra Egitto e Israele è divenuta sempre più impopolare tra il pubblico egiziano. E alcuni hanno cominciato a vedere l’esercito come “traditore del popolo”, accusando i militari di essere “servi del regime” imbelli nei confronti del vero nemico, Israele.
Per farla breve, i militari hanno bisogno di due cose: migliorare la loro immagine tra il pubblico egiziano che presto andrà al voto, e contemporaneamente presentarsi alla comunità internazionale come un attore in grado di garantire stabilità e una certa continuità con la linea diplomatica del regime Mubarak. Questo significa che da un lato deve mostrare i muscoli con Israele (per fare contento il pubblico egiziano), dall’altro deve dimostrare di essere ancora in grado di trattare con Israele (per rassicurare la comunità internazionale che nell’Egitto di Mubarak vedeva un utile mediatore).
Per sua sfortuna, il giovane Grapel ha offerto al Consiglio Supremo delle Forze Armate un’occasione per ottenere ambedue le cose. Arrestandolo, i generali hanno potuto dimostrare ai cittadini egiziani che (a differenza di Mubarak) loro vedono gli israeliani come nemici. Liberandolo, hanno dimostrato alla comunità occidentale che (proprio come Mubarak) l’Egitto controllato dalle Forze Armate sa ancora mediare con Israele. Quando si dice “due piccioni con una fava”…
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Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll
- Venerdì 28 Ottobre 2011


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