
Esercitazioni militari Usa nel Golfo Persico (Credits: LaPresse/Matthew A.Lawson)
Il generale Karl R. Horst, capo di stato maggiore del Comando Centrale, lo chiama un Ritorno al Futuro: tornare indietro di una decina di anni per guardare avanti, alle prossime minacce. A una, in particolare: l’Iran.
Dopo l’annuncio di Barack Obama del ritiro di tutte le truppe statunitensi dall’Iraq entro la fine del 2011, l’amministrazione americana - e in particolare il Pentagono - sta studiando le mosse per evitare che la partenza da Baghdad crei troppa instabilità nella regione; squilibrio di cui potrebbe avvantaggiarsi l’Iran, mentre, invece, potrebbe essere danneggiata la politica di sicurezza degli Usa.
Il “Ritorno al Futuro” di cui parla l’alto ufficiale prevede un aumento della presenza militare americana nel Golfo Persico per compensare la “perdita” delle basi in Iraq. Uno scenario che farebbe tornare indietro di alcuni anni, all’epoca precedente alla guerra contro Saddam Hussein.
Le trattative sono in corso tra Washington e le autorità dei Paesi della zona. Oltre a nuove basi militari, il piano prevederebbe l’invio di altri gruppi navali nelle acque del Golfo. Il perno di questa strategia è il Kuwait.
Il Pentagono punta a incrementare il numero dei soldati di stanza nell’emirato. Ora sono circa 23.000, ma per lo più è personale che si occupa di logistica, a supporto delle truppe che sono schierate in Iraq. I generali americani vorrebbero trasferire in Kuwait una forza combattente rapida, in grado di intervenire in poco tempo contro ogni minaccia e la cui presenza faccia da deterrente a possibili azioni di Teheran.
Allo stato attuale, gli americani hanno circa 40.000 soldati nella regione, ma l’obiettivo - nonostante i tagli alle spese militari imposte dal budget - è quello di mantenerli, riposizionandoli, oppure di aumentarne il numero anche negli altri Paesi del Golfo che ospitano basi militari Usa, prima tra tutti l’Arabia Saudita.
L’altro binario su cui viaggia il progetto americano è quello di aumentare la collaborazione militare con il Consiglio di Cooperazione del Golfo, di cui fanno parte Bahrain, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita. Una prova generale si è avuta con l’intervento in Libia, che ha visto la partecipazione attiva di alcuni di questi Paesi. Non una futura Nato del Golfo, ma qualcosa che si avvicini.
Più soldati e maggiore collaborazione militare sono i due pilastri del piano degli Usa per evitare che l’influenza dell’Iran aumenti nella regione dopo la partenza dall’Iraq.
Barack Obama sta quindi cercando il modo di evitare che gli interessi nazionali statunitensi vengano danneggiati dal ritiro da Baghdad. Nell’anno delle elezioni, il presidente non può mostrare il fianco alle polemiche e agli attacchi degli esponenti repubblicani che lo accusano di “svendere” tutte le conquiste Usa nella zona, ottenute al prezzo del sacrificio di molte vite di soldati americani.
Obama vuole chiudere il cerchio: mantenere le promesse elettorali ed evitare che l’Iran si rafforzi nel Golfo Persico. La sua strategia avrà successo?
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Lunedì 31 Ottobre 2011


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