A Teheran corre voce che il leader supremo Ali Khamenei voglia fare il “colpaccio”, spianando la strada alla successione del figlio da ogni suo possibile rivale, perché dopotutto gli ultimi tre presidenti (Rafsanjani, Khatami e Ahmadinejad) sono stati degli avversari politici non indifferenti.
In quest’ottica, a metà ottobre, ha dichiarato che nella Repubblica islamica il presidente (ora a capo del governo) potrebbe essere sostituito da un governo parlamentare. A un patto: che questo sia nell’interesse dello Stato. La dichiarazione di Khamenei ha colto un po’ tutti di sorpresa, ma poco alla volta altri politici si sono pronunciati: dieci giorni dopo il presidente del parlamento Ali Larijani, un personaggio vicino al leader supremo, ha spalleggiato l’idea fornendo ulteriori informazioni: “I presidente della repubblica (eletto dal popolo) potrebbe essere sostituito da un primo ministro scelto dai deputati”. Dopotutto, ha elaborato Larijani, “in Iran è l’Assemblea degli esperti a scegliere il leader supremo e quindi ha senso che il premier sia a sua volta selezionato dal parlamento”.
Per Khamenei tutto questo potrebbe avere conseguenze positive: se il premier fosse scelto dai deputati, avrebbe il loro consenso e verrebbero meno le tensioni attualmente in corso tra il presidente Ahmadinejad e il parlamento, su molteplici questioni: Ahmadinejad ha ignorato le direttive dei deputati, usato il budget senza averne il consenso, e trattato questo organo con troppa sufficienza.
Le dichiarazioni di Larijani fanno pensare che non si tratti solo di rumors: a Teheran qualcosa si muove veramente. Ma non tutti sembrano essere d’accordo. E infatti Rafsanjani, che raramente contraddice (in pubblico) il leader supremo, si è detto “contrario all’elezione del presidente se non per voto popolare perché questo indebolirebbe il sistema di governo e limiterebbe il potere del popolo”.
Ma sono tanti coloro che prendono posizione a favore del possibile provvedimento e, per esempio, il 29 ottobre il portavoce del Consiglio dei Guardiani Abbas Ali Kadkhoda’i ha osservato che un cambiamento di questo tipo “non minaccerebbe il carattere repubblicano” della Repubblica islamica.
Resta il fatto che si tratta comunque di un emendamento della costituzione, che spetta a un apposito consiglio formato dai capi del governo, del parlamento e della magistratura, dai membri del Consiglio dei Guardiani, del Consiglio dell’interesse nazionale, da rappresentanti del parlamento e della magistratura, nonché da uomini nominati direttamente dal leader supremo. Prima di convocare questo consiglio Ali Khamenei dovrà chiedere l’opinione del Consiglio dell’interesse nazionale presieduto da Rafsanjani, ma non dovrà obbedire alle sue indicazioni.
Certo è che sottrarre alla volontà popolare l’elezione del presidente (che se si chiamerà premier ma sarà comunque a capo del governo) non farà che inasprire ulteriormente un’opinione pubblica già contrariata da altri fattori e circostanze.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Mercoledì 2 Novembre 2011


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