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- Un commento

di Pino Buongiorno
Il progetto è stato redatto a metà ottobre, ancora prima che Muammar Gheddafi venisse assassinato nella roccaforte natale di Sirte. A metterlo a punto in gran segreto sono stati i collaboratori più stretti del presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), Mustafa Abdul Jalil, 59 anni, magistrato e ministro della Giustizia dal 2007 fino al 21 febbraio scorso, quando abbandonò Tripoli per congiungersi con i ribelli di Bengasi.
Di fronte all’impossibilità di formare in tempi brevi un governo di unità nazionale, il gruppo di Jalil, guidato dal consigliere della sicurezza nazionale Abdul Karim Bazama, ha pensato di mettere al primo punto della road map, che in 20 mesi dovrebbe far nascere la nuova Libia, la sicurezza interna. Di qui la necessità di formare già nei prossimi giorni un «ministero della Ricollocazione» di tutti i combattenti. Nel documento governativo si parla di ben 40 milizie che sono nate negli otto mesi di rivolta, per un totale di 60 mila «combattenti della libertà» che dovrebbero essere recuperati nelle nuove strutture delle forze di polizia e di sicurezza «anche con l’aiuto internazionale» di tre paesi, fra quelli considerati più vicini: Francia, Gran Bretagna e Italia. Andrebbero a creare o a rinforzare il corpo della polizia municipale e quello della capitaneria di porto. Altre unità sarebbero addette al controllo delle frontiere. Spunterebbe infine un’inedita e consistente forza di sicurezza a protezione dei pozzi, delle raffinerie e degli impianti di gas.
Se questa idea dell’ultim’ora sarà realizzata la Libia post Gheddafi riuscirà a evitare l’anarchia dell’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein, quando l’amministrazione americana decise di mettere fuori legge i sunniti presenti nelle forze armate e nella burocrazia statale. E scongiurerà anche la guerra civile, che viene data al 40 per cento di possibilità da alcuni centri studi americani.
La situazione sul campo è a dir poco esplosiva. Basta fare un giro per Tripoli. L’aeroporto internazionale è controllato dai berberi, la minoranza non araba tenuta finora ai margini della società. Dopo avere abbandonato i villaggi sui monti Nafusa ai confini con la Tunisia, i berberi hanno dato un contributo decisivo alla caduta del regime marciando vittoriosi a metà agosto sulla capitale e ora non hanno alcuna intenzione di ritornarsene a casa senza avere prima ottenuto garanzie militari, posti nel governo (in particolare il ministero dei Lavori pubblici) e soprattutto risorse finanziarie adeguate.
L’aeroporto militare è invece spartito fra i rivoltosi di Bengasi e la Brigata di Misurata, sicuramente quella più determinata a combattere, tanto da richiedere il futuro ministero della Difesa. Se alla voglia di rivincita e di riscatto rispetto a Bengasi e a Tripoli si aggiunge il desiderio di vendetta dopo l’assedio delle forze lealiste filo Gheddafi, che hanno ridotto in macerie la terza città libica, con un pesante bilancio di morti e feriti, allora si capisce perché i miliziani di Misurata rappresentano oggi la vera minaccia alla stabilità del paese. Sono stati gli stessi dirigenti del Cnt a denunciare sia a Hillary Clinton, in visita a Tripoli, sia agli ambasciatori europei, ancora prima dell’esecuzione di Gheddafi, che «alcune frange rivoluzionarie provenienti da Misurata e impegnate nelle battaglie per la conquista di Sirte e di Bani Walid hanno perpetrato abusi e violazioni dei diritti umani ai danni dei lealisti gheddafiani e dei civili».
Poco più in là dall’aeroporto, entrando nella capitale, altri quartieri residenziali sono stati occupati preventivamente dagli insorti filoislamisti guidati dall’ex jihadista Abdel Hakim Belhaj, già compagno di armi di Osama Bin Laden in Afghanistan ai tempi dell’invasione sovietica, autoproclamatosi comandante militare di Tripoli dopo avere conquistato il quartier generale del Colonnello a Bab al-Aziziyah, lungo la strada che porta dall’aeroporto al centro della città.
È uno scenario di tipo balcanico sul quale giocano la loro sporca partita diversi stati, fra cui il Qatar, che secondo le accuse dello stesso Mahmoud Jibril, 59 anni, primo ministro pro tempore del Cnt, continuano a fare affluire ingenti quantitativi di armi per potersi precostituire posizioni di potere nell’eldorado del petrolio e del gas, che s’affaccia sul Mediterraneo.
A tutto questo variegato puzzle di bande armate si deve aggiungere un tassello non meno preoccupante: non si sa ancora bene dove siano finite le armi chimiche e batteriologiche di Gheddafi, né chi abbia preso in consegna i missili portatili terra-aria del passato regime.
C’è davvero da rabbrividire. E, di fatto, tremano i dirigenti americani, canadesi, australiani ed europei dietro la facciata di dichiarazioni pubbliche rassicuranti quando si riuniscono al Pentagono o all’Aia. Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano già stanziato 40 milioni di dollari per la distruzione delle armi chimiche e diversi milioni di euro siano stati destinati dai paesi europei per i missili a corto raggio. Inoltre, 14 esperti americani hanno cominciato da alcuni giorni a setacciare una trentina di aree di depositi con centinaia di bunker mai finora conosciuti.
«Mission impossible» è stata definita dallo stesso Jibril l’opera di ricostruzione della nuova Libia. Tecnocrate di scuola americana, rappresentante dell’ala liberal del Cnt, Jibril ha più volte annunciato di volersi ritirare dalla politica attiva. Di certo non gode di molte simpatie nell’opinione pubblica. È particolarmente inviso alle stesse autorità religiose, a cominciare dallo storico leader Ali Salabi. Se la stella di Jibril cade, sale invece quella di un altro tecnocrate liberal, Ali Tarhouni. Era espatriato a Seattle, dove insegnava economia nell’Università di Washington. Rientrato in patria è stato promosso ministro delle Finanze e dell’energia. Potrebbe essere lui il prossimo premier. Al suo fianco nell’ala più laica e pragmatica militano Mahmoud Shammam, il ministro delle Comunicazioni, e Mohammed Alaggi, il titolare della Giustizia.
A questo gruppo si contrappone la fazione più vicina alla Fratellanza musulmana, di cui fanno parte lo stesso presidente Jalil, oggi la figura politica più carismatica, il vero regista dei futuri assetti politici, sostenitore di un Islam politico moderato, il ministro degli Esteri Ali Issawi e il responsabile degli Affari religiosi, Cheiki. Più in generale, la vera spaccatura è fra i cosiddetti continuisti, cioè coloro che hanno ricoperto incarichi di governo sotto Gheddafi, gli espatriati, come Tarhouni, i vecchi prigionieri politici, come Ahmed al-Zubair al-Sanussi (31 anni nelle carceri gheddafiane) e gli innovatori, con due astri nascenti: Fathi Turbel, avvocato e portavoce dei giovani, e Salwa al-Dighali, attivista in difesa delle donne e dei diritti umani.
Mettere insieme le diverse anime e placare tutte le aspirazioni è il vero rompicapo. Ma c’è un’arma che, se giocata bene, può d’un colpo trasformare il caos armato in ordine politico. È il petrolio. È il gas. Già entro la fine del prossimo anno la produzione di greggio dovrebbe ritornare ai livelli prerivolta, cioè 1,58 milioni di barili. Se equamente divise fra le varie città e regioni, con annesse tribù, le rendite energetiche possono costituire il vero collante della riconciliazione nazionale, il volano dell’occupazione giovanile in un paese dove metà dei 6 milioni di abitanti ha meno di 30 anni, il motore dello sviluppo di altri settori industriali, come il turismo. Il futuro della Libia è tutto qui: al bivio fra la Beirut della guerra civile degli anni Ottanta e la Dubai dei nostri giorni, ma con tanto petrolio in più e meno stravaganze.
- Mercoledì 2 Novembre 2011

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Il 15 Novembre 2011 alle 14:08 Libia: la stabilità è ancora lontana – L’ANALISI | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] ben poco credibile. A due settimane dalla fine della missione degli alleati e a quasi un mese dall’uccisione di Muammar Gheddafi la situazione in Libia resta molto fluida. “Siamo contrari alla presenza di basi militari [...]
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