
(Credits: Zhang Guojun/Xinhua)
Pechino ha finalmente ammesso di essere in crisi. Non perché l’economia della Repubblica popolare sta rallentando, ma perché il partito è consapevole di non essere più in grado di controllare pensieri e azioni dei cinesi. Sul People’s Daily un editoriale ha sollecitato i funzionari del governo a fare qualcosa per riconquistare la fiducia della popolazione, che si sta pericolosamente abituando a scendere in piazza per protestare contro tutto quello che ritiene essere ingiusto. Trasferimenti forzati, episodi di corruzione e, perché no, anche limitazioni della libertà personale.
Pechino è convinta che se i funzionari del partito delle piccole realtà urbane e rurali, quelli che di fatto sono più a contatto con la gente, non si impegneranno a far cambiare qualcosa, saranno lo sviluppo, la stabilità e l’armonia della società cinese nel suo insieme a pagarne le conseguenze.
Per evitare di compromettere ulteriormente la propria credibilità e, di conseguenza, la propria legittimità, Pechino ha deciso di intervenire con forza nella formazione delle giovani generazioni. Le uniche che, oggi, se ben istruite possono ricominciare a credere ciecamente nel partito comunista cinese. Ecco perché tutte le scuole materne del paese sono state obbligate ad aggiungere corsi di “educazione e rispetto“, nei confronti dei genitori ma anche degli antenati e di chi li ha negli anni sostituiti. I migliori verranno premiati con altri cento giorni di lezioni di “galateo e integrità morale” e, tra loro, quelli che supereranno con i voti più alti le prove intermedie continueranno a studiare queste materie per altri tre anni per poi essere finalmente proclamati “figli della Cina zelanti e operosi“.
Nella Repubblica popolare sono in pochi ad essere d’accordo con questa iniziativa governativa. Docenti e attivisti sono infatti convinti che l’integrità morale non possa essere imposta ai bambini sui banchi di scuola, e che il governo farebbe meglio a occuparsi delle proteste organizzate dagli adulti perché se questi ultimi verranno accontentati e convinti a fidarsi di nuovo di Pechino, è evidente che la stima per il partito verrà trasmessa anche ai figli. Non solo: sempre più persone temono che la recente esplosione di proteste verrà presto fermata o con la violenza o imponendo un’ulteriore limitazione di libertà. Ecco perché i cinesi ricchi hanno deciso di emigrare. Molti di loro si sentono insicuri in patria, e grazie alla crisi finanziaria globale possono perfino approfittare dei programmi “cittadinanza in cambio di investimenti” che alcuni governi occidentali hanno approvato per trasferirsi altrove. Permettendo quindi anche ai figli di accedere a un sistema scolastico meno ideologizzato.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” a John Cabot University (Roma) e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Giovedì 3 Novembre 2011


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