
Cecilia Merchán, la prima firmataria della legge sull'aborto (Credits: Cecilia Merchán)
Un passo storico dopo vent’anni di silenzio assoluto sul tema dell’aborto. La Commissione per la legislazione in materia penale della Camera argentina ha infatti approvato per la prima volta una normativa che legalizza l’interruzione della gravidanza nelle prime 12 settimane. Con 7 voti a favore e 5 contrari è stato così approvato il progetto di legge della deputata Cecilia Merchán, vicina alla presidenta Cristina Fernández de Kirchner e da sempre in prima fila nella difesa dei diritti delle donne.
Fino a oggi in Argentina, dove pure lo scorso anno era stato introdotto invece il matrimonio omosessuale, l’aborto è considerato un crimine e lo si punisce con il carcere. Uniche eccezioni, tutte da dimostrare tuttavia da parte della donna, i casi in cui la gravidanza sia stata conseguenza di una violenza sessuale, la madre rischi la vita durante il parto oppure sia una “diversamente abile” o gravemente malata.
Nonostante il divieto punibile penalmente con la prigione, ogni anno nel Paese, secondo le stime dell’Università di Buenos Aires, tra 460mila e 600mila donne scelgono di abortire illegalmente in cliniche clandestine dove, spesso, muoiono.
Al punto che l’aborto clandestino in strutture non adatte oggi è la causa principale di mortalità materna a Buenos Aires e dintorni. Per il ministero della Sanità argentino a causa dell’attuale legge negli ultimi vent’anni sono morte almeno 2 mila donne (ma i dati ufficiosi quadruplicano la cifra) mentre addirittura otto milioni sono finite ricoverate dopo l’aborto nelle strutture ospedaliere pubbliche in stato grave.
La nuova legge che passerà nei prossimi giorni al vaglio delle Commissioni Salute e Famiglia andrà poi al voto in Parlamento. In tutte e tre le istanze la maggioranza della Kirchner è molto ampia e, dunque, questa volta ci sono buone possibilità che la legge sull’aborto venga adottata.
Naturalmente c’è chi si oppone, a cominciare dalla Chiesa cattolica che ha già espresso molte critiche a cominciare da Monsignor Alfredo Zecca, arcivescovo di Tucumán, una delle provincie più povere del Paese, che ha definito ieri l’aborto “un crimine abominevole“.
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Paolo Manzo, giornalista free-lance, vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Parla 6 lingue, laurea alla Bocconi, master all’ICE e scrive, tra gli altri, per CartaCapital, Le Monde Magazine, The News, La Stampa e Il Secolo XIX. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri
- Giovedì 3 Novembre 2011

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Commenti
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Il 4 Novembre 2011 alle 15:32 maritasca ha scritto:
“Cecilia Merchàn da sempre in prima fila nella difesa dei diritti delle donne”: sarebbe il diritto di uccidere il bimbo che hai in pancia?!?!
Bella civiltà!!!
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