

di Sergio Romano
Dopo l’esperienza libica (una guerra molto più lunga e costosa del previsto, un dopoguerra avvolto nella nebbia) i paesi della Nato non hanno alcuna intenzione di intervenire militarmente contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Ma la Siria è molto più isolata di quanto fosse un mese fa. La Turchia ha rotto i suoi rapporti speciali con Damasco e ospita sul proprio territorio, insieme a molti rifugiati ed esuli politici, un colonnello, Riad al-Asaad, che si proclama comandante del “Libero esercito siriano”. La Lega araba non ha ancora proposto l’istituzione di una no-fly zone (una zona d’interdizione aerea nei cieli siriani), come accadde nel caso della Libia. Ma tre settimane fa ha chiesto alle autorità siriane di aprire un dialogo con gli insorti nella sua sede del Cairo e, più recentemente, ha manifestato il suo “severo malumore” per la morte di 40 persone durante gli scontri di venerdì 27 ottobre. Dopo avere bloccato con il loro veto le sanzioni discusse nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, la Russia e la Cina chiedono a Bashar al-Assad di parlare con i suoi oppositori. La Cina, in particolare, ha chiesto al governo siriano di «accelerare la realizzazione delle riforme promesse». Gli amici su cui Damasco può ancora contare sono evidentemente sempre più imbarazzati da una crisi che non accenna a concludersi.
Sono queste probabilmente le ragioni per cui il presidente siriano ha dato una intervista al Daily Telegraph in cui ha detto: “Esiste una maggiore pressione occidentale, ma la Siria è diversa dall’Egitto, dalla Tunisia, dallo Yemen. Qui la storia è diversa, la politica è diversa. La Siria è il fulcro della regione. È la linea di faglia, e se vi azzarderete a giocare con il suo territorio, provocherete un terremoto. Volete un altro Afghanistan, o una decina di Afghanistan?“.
Dietro le baldanzose parole del leader siriano vi sono due fattori che nessun governo occidentale può permettersi di ignorare. In primo luogo Assad ha intorno a sé un blocco di potere che governa il paese, gode di vantaggi economici e sociali, non ha alcuna intenzione di lasciare la presa. Ne fanno parte la minoranza alauita (un gruppo religioso di derivazione sciita), l’apparato del partito Baath, gli ufficiali delle forze armate, una buona parte del patronato economico, persino quelle minoranze religiose (grosso modo il 10 per cento della popolazione) che devono al regime la libertà di culto e temono che la sconfitta di Assad si trasformi in una vittoria degli islamisti. In secondo luogo non è sbagliato sostenere che la Siria, nel complicato meccanismo degli equilibri mediorientali, abbia una posizione cruciale. Se il regime crolla, l’Iran perde un alleato e Hezbollah (il movimento sciita libanese) perde un protettore. È difficile immaginare che l’alleato e il protetto accettino questa prospettiva senza qualche colpo di coda. Ed è altrettanto difficile pensare che Israele, di fronte a un tale sconquasso, si astenga da qualsiasi iniziativa, forse addirittura militare.
Sul terreno, intanto, vale a dire nelle piazze e nelle strade delle città siriane sconvolte dalle dimostrazioni degli scorsi mesi, la situazione pare giustificare la baldanza di Assad. Il numero e la dimensione delle proteste sembrano diminuire. Le forze armate hanno registrato un certo numero di diserzioni, ma rimangono complessivamente nelle mani del regime. Tutto potrebbe cambiare se l’Occidente applicasse sanzioni severe e aiutasse materialmente gli insorti. Ma l’esperienza libica ricorda a quanti lo hanno dimenticato che non basta abbattere un cattivo regime. Occorre essere in grado di controllare la fase del giorno dopo.
- Lunedì 7 Novembre 2011

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