Israele se l’aspettava e adesso ha avuto la conferma: l’Iran sta lavorando alla bomba atomica e l’Agenzia atomica internazionale può dimostrarlo. Da tempo i vertici israeliani sostenevano che la Repubblica islamica è una minaccia diretta all’esistenza della loro nazione - visto che il presidente Mahmoud Ahmadinejad aveva promesso “cancellare Israele dalle cartine geografiche.” Recentemente il governo di Gerusalemme aveva anche dichiarato di essere pronto a bombardare l’Iran con l’obiettivo di sbarazzarsi delle centrali nucleari prima che il regime riesca a mettere a punto la bomba. È solo un bluff o uno scenario credibile?
Almeno a parole, le intenzioni di Gerusalemme ci sono tutte. Il presidente Shimon Peres ha dichiarato che una “soluzione militare” sarebbe ormai “più probabile della via diplomatica”. Precedentemente il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva parlato davanti alla Knesset, il parlamento unicamerale di Gerusalemme, per avvisare i suoi che Teheran sta proseguendo con il suo programma nucleare e che “tutte le opzioni sono aperte”.
Se davvero Israele vuole attaccare Teheran, questo è il momento per farlo. Prima di tutto perché il rapporto dell’Agenzia atomica potrebbe aiutare Gerusalemme a raccogliere il sostegno della comunità internazionale. E poi perché non si può aspettare che il programma nucleare iraniano vada troppo avanti: o si bombarda la Repubblica islamica prima che abbia l’atomica, oppure si rinuncia a farlo.
Resta da chiedersi se davvero Israele sia pronta ad attaccare. E se sia in grado di farlo. Alcuni osservatori citano come precedente il raid contro l’atomica irachena, quando nel 1981 i caccia di Israele bombardarono la centrale di Osiraq, in Iraq, dove Saddam aveva il suo programma nucleare. L’operazione fu un successo indiscusso per gli israeliani, che distrussero tutto in meno di due minuti, senza riportare perdite.
Ma oggi la situazione è diversa. Tanto per cominciare, il programma atomico iraniano è molto più esteso di quello (defunto) iracheno ed è sparpagliato sul territorio. Anziché un unico sito (Osiraq) ce ne sono molti: Natanz, Esfahan e Arak sono tra i siti più conosciuti. Gli israeliani dicono essere convinti che esistano anche strutture mobili, e di essere preparati a colpirle.
Poi c’è la questione della distanza, visto che l’Iran è più lontano dell’Iraq. Per bombardare i siti iraniani, i caccia di Gerusalemme dovrebbero sorvolare lo spazio aereo della Giordania, passando poi per l’Iraq, oppure per l’Arabia saudita e il Kuwait. Tutti Paesi molto vicini agli Stati Uniti, specie dal punto di vista militare: non c’è modo di raggiungere l’Iran se l’America non è disposta almeno a girare la testa dall’altra parte.
Ma la cosa più importante è che, per essere in grado di portare avanti un raid aereo contro i siti iraniani, Gerusalemme deve prima di tutto dimostrare di potere proteggere i suoi cittadini nell’eventualità di una ritorsione iraniana. Che sarebbe molto difficile da prevedere. La settimana scorsa le autorità israeliane hanno organizzato una tripla esercitazione “pericolo nucleare, biologico e chimico” che ha coinvolto tutta la popolazione del Gush Dan, ossia l’area metropolitana di Tel Aviv.
Ma, anche con tutte le precauzioni del mondo, pensare di difendere la popolazione israeliana da un attacco su vasta scala da parte dell’Iran rischia di essere un compito troppo arduo. E sei gli iraniani avessero già pronta la bomba atomica? Potrebbero usarla contro Israele. Nel tal caso, si prefigurerebbe quello che gli anglosassoni chiamano MAD, o Mutual Assured Destruction: distruzione mutua assicurata.
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Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll
- Mercoledì 9 Novembre 2011


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