
(Credits: AP Photo/Ashwini Bhatia)
E’ possibile che dopo la denuncia del Dalai Lama dell’ennesimo genocidio perpetrato dal Partito comunista cinese ai danni della minoranza tibetana l’Occidente si sia accorto che l’oppressione cinese sta divetando sempre più dura. Nel Sichuan, una provincia della Repubblica popolare che ospita una significativa minoranza tibetana e che da tempo chiede inutilmente di essere riunita al Tibet, dall’inizio dell’anno più di dieci monaci e suore buddisti si sono dati fuoco. Molti hanno perso la vita, ma alcuni si sono salvati perché trasportati immediatamente in ospedale.
E’ evidente che il 16 marzo scorso i religiosi del Sichuan non hanno iniziato questa protesta con la pretesa di riuscire a convincere Pechino a concedere loro un po’ di libertà, ma per farsi notare dall’Occidente che, a sentir loro, costretto a chiedere aiuto alla Repubblica popolare per uscire dalla crisi finanziaria sembra essersi dimenticato della loro causa. E invece, purtroppo, al posto della solidarietà di Stati Uniti ed Europa si sono ritrovati a fare i conti con 20.000 nuovi agenti di polizia inviati da Pechino per “tenere sotto controllo una situazione pericolosa”. A questi ultimi è stato dato ordine di “rieducare ad ogni costo” i sichuanesi, portando nelle loro case bandiere e immagini dei leader cinesi e non solo.
Il Dalai Lama ha ricordato nel suo ultimo messaggio che i tibetani sono ancora molto legati ai principi della non violenza, ma anche che disperazione e disillusione possono indurre chiunque a compiere gesti estremi. I tibetani rifugiati nella Repubblica popolare, invece, ormai hanno paura di parlare. Temono che la polizia possa arrestarli e, a quel punto, non potrebbero più continuare la loro lotta per la libertà e la giustizia. Le connessioni alla rete sono state bloccate, e la maggior parte dei sichuanesi vicini ai religiosi che hanno perso o rischiato di perdere la vita negli ultimi mesi è improvvisamente sparita. Per non parlare dei monaci: in pochi mesi pare ne siano scomparsi centinaia, di cui si sono perse completamente le tracce. I pochi giornalisti che sono riusciti ad entrare nel Sichuan sono stati fermati e liberati solo quando gli agenti hanno finito di cancellare le fotografie e gli appunti salvati sui loro computer.
Questa serie di immolazioni non ha precedenti nella lotta per l’indipendenza tibetana, e anche se molte vite verranno sacrificate, è quasi certo che nulla potrà mai cambiare, ne’ per il Sichuan ne’ per il Tibet. Per il Partito è importante che “questi episodi violenti causati dalla continua propaganda di un leader terrorista quale è il Dalai Lama finiscano”. Costi quel che costi.
—
Claudia Astarita insegna “The Politics of China” a John Cabot University (Roma) e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Mercoledì 9 Novembre 2011

LE NEWS, I CANDIDATI, IL CALENDARIO...
I PERSONAGGI DELLA SETTIMANA
TUTTE LE TIMELINE DI PANORAMA.IT
STORIE DAL MONDO
IL MONDO IN CLASSIFICA
LE NOTIZIE CHE NON VI ABBIAMO DATO
GLI EVENTI POLITICO-ECONOMICI DELLA SETTIMANA
SCOMMESSE SUL MONDO
LE OPINIONI DI SERGIO ROMANO
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
FALLIMENTO O SALVATAGGIO
LA PRIMAVERA ARABA
INDIGNADOS DI TUTTO IL MONDO
GHEDDAFI, FINE DI UN DITTATORE













FOTOBLOG: IL MONDO IN DIRETTA
LE FOTO PIÙ BELLE DELLA SETTIMANA
I VOLTI DELLA SETTIMANA
Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.