
di Sergio Romano
Non conosco, mentre scrivo, il testo dell’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sull’Iran, pubblicato nel corso della settimana. Ma posso immaginarne il tono e i contenuti. L’Aiea constata i progressi realizzati dagli scienziati iraniani, segnala alcuni esperimenti che sembrano destinati alla costruzione di un ordigno nucleare, lamenta l’imprecisione delle informazioni fornite dalle autorità di Teheran e formula altre domande. Però si astiene dal proporre nuove sanzioni: una misura che non rientra fra le sue competenze. Assisteremo quindi nei prossimi giorni alla ripetizione, con toni più allarmati, di un copione che è già andato in scena parecchie volte. Come ha già fatto negli scorsi giorni, Israele sosterrà che occorre fermare l’Iran e lascerà intravedere la possibilità di un’azione armata.
Gli Stati Uniti dichiareranno che una bomba nucleare nelle mani degli ayatollah è una prospettiva inaccettabile, anche perché scatenerebbe una corsa all’arma atomica nell’intera regione. Ma ripeteranno ciò che Leon Panetta, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha detto al governo israeliano durante un recente colloquio e Condoleezza Rice, ex segretario di Stato, ha dichiarato più recentemente nel corso di una intervista. Un’azione militare sarebbe pericolosa e forse inutile: pericolosa perché potrebbe scatenare imprevedibili reazioni iraniane, inutile perché i siti nucleari sono sotterranei e i danni potrebbero rivelarsi modesti.
Vi saranno anche un invito alla prudenza proveniente da Mosca e un gelido silenzio cinese: due segnali da cui può desumersi che nuove sanzioni, proposte al Consiglio di sicurezza, si scontrerebbero con almeno due veti. Non è chiaro d’altro canto quali nuove sanzioni possano venire adottate. La più efficace sarebbe certamente quella sull’esportazione del petrolio iraniano. Ma avrebbe l’effetto di mandare alle stelle il prezzo del greggio: un rischio che nessuno, con questi chiari di luna, desidera correre.
Si parla della possibilità di una guerra, tuttavia le ostilità, nell’ombra, sono già cominciate. Poco meno di un anno fa due scienziati iraniani sono stati vittime di un attentato a Teheran mentre andavano al lavoro sulle loro automobili: il primo è morto, il secondo è sopravvissuto. Più o meno nello stesso periodo un virus chiamato Stuxnet ha infettato il sistema informatico di una centrale iraniana e ha provocato l’esplosione di parecchie centrifughe. Gli iraniani accusano Israele, ma Stuxnet potrebbe essere stato confezionato insieme agli Stati Uniti e potrebbe essere il prototipo di un’arma cibernetica destinata alle guerre future. Più recentemente gli americani hanno rivelato l’esistenza di un dilettantesco complotto iraniano per l’assassinio dell’ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington.
Questa nuova guerra fredda è complicata da variabili difficilmente quantificabili: la psicologia dei giocatori, le reazioni di coloro che si considerano minacciati, i giochi di potere nella politica interna dei singoli stati. Dopo le rivolte arabe Israele ha perduto alcuni alleati e teme l’isolamento. A Teheran è in corso una lotta intestina fra la guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e il presidente della Repubblica Islamica Mahmoud Ahmadinejad. A Washington il presidente Barack Obama si prepara a una campagna elettorale durante la quale i suoi avversari lo accuseranno di non avere ufficientemente tutelato la sicurezza dei suoi connazionali. Negli anni della guerra fredda i governi impararono il brinkmanship, vale a dire l’arte di fare politica sull’orlo dell’abisso. Speriamo che non sia stata dimenticata.
- Lunedì 14 Novembre 2011

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