
(Credits: Epa/Lucas Dolega)
Sono in tanti a pensare che la nuova leadership del Myanmar non abbia ancora chiarito che tipo di rapporti vuole avere con la Cina. Appena un paio di settimane fa il governo ha deciso di sospendere la costruzione della diga di Myitsone sul fiume Irrawaddy, nello Stato settentrionale Kachin, un progetto congiunto birmano-cinese che ha più volte scatenato le proteste degli ambientalisti, visto che la diga avrebbe causato lo spostamento forzato di 12mila persone residenti in 63 diversi villaggi.
Un passo indietro che naturalmente la Cina non ha gradito, anche perché in base all’accordo firmato nel 2006 Pechino avrebbe sì finanziato i lavori di costruzione della diga, stimati in 3,6 milioni di dollari, ma si sarebbe anche aggiudicata la gran parte di energia elettrica prodotta dal nuovo impianto. Il principale timore di Pechino è che la decisione ufficialmente presa per “interrompere le proteste della popolazione” sia solo una scusa dietro cui si nasconderebbe la volontà del regime di iniziare a svincolarsi dal suo storico alleato, partner commerciale e difensore a livello internazionale. Pare infatti che i militari siano stanchi di dipendere così tanto da Pechino.
Che il Myanmar voglia oggi diversificare le proprie alleanze è confermato dal fatto che nonostante dal 1989 ad oggi il paese abbia ricevuto armamenti dalla Cina per un valore complessivo di 1,6 miliardi di dollari, recentemente sono stati commissionati diversi ordini anche a Russia, Ucraina e Corea del Nord. Sul piano del commercio e della vendita di materie prime e risorse energetiche di cui il paese è ricchissimo, invece, è stata l’India ad avere la meglio. Eppure, a sorpresa è stata proprio il Nobel e leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi a dichiarare che “Cina e Birmania rimarranno potenze confinanti per il resto della loro storia, quindi dovrebbero cercare di rimanere alleate. Sarebbe quindi opportuno risolvere nel più breve tempo possibile le attuali difficoltà e rafforzare così l’amicizia tra i due paesi”. La paladina della democrazia birmana, infatti, è convinta che la nuova giunta sarà presto pronta ad aprire la porta alle riforme e alla democrazia. Ecco perché la Birmania deve cercare di rimanere vicina alla Cina, di fatto l’unico paese che può offrirle capitali e garantirle la realizzazione degli investimenti promessi. A patto che non siano studiati per garantire vantaggi solo per Pechino. Contemporaneamente, Aung San Suu Kyi ha raccomandato a Europa e Stati Uniti di revocare le sanzioni, in maniera da collaborare con la Repubblica popolare per far rinascere la “nuova Birmania“.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” a John Cabot University (Roma) e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Martedì 15 Novembre 2011


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