
Credits: LaPresse
La crescita economica della Cina sta cambiando il mondo, e Pechino ha acquisito un’autorevolezza all’interno della comunità che solo fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile. Eppure, nonostante la sua forza e la sua influenza all’estero si conosce qualcosa del paese ma molto poco della personalità dei suoi leader.
Per riuscire a migliorare l’immagine del paese, la Repubblica popolare ha speso miliardi di dollari in una campagna mediatica studiata per far conoscere al mondo i politici di Pechino. Eppure, tanti sforzi sembrano essere serviti a poco. Soprattutto perché per cambiare l’impressione su un paese non bastano le parole, servono i fatti. Come si fa a sostenere l’affidabilità del made in China quando ogni settimana si verifica un nuovo scandalo che denuncia la qualità e la sicurezza dei prodotti cinesi. E come si fa ad essere certi che l’ascesa della Repubblica popolare sarà “pacifica” quando il governo continua a investire massicciamente nel potenziamento dell’esercito.
I funzionari che si occupano di propaganda sono perfettamente consapevoli di queste incongruenze, ma non spetta certo a loro cambiare le direttive del Governo. Possono migliorare il layout dei siti web del Paese per renderli più facili da consultare, e fare in modo che le opinioni del Partito siano accessibili a tutti, tramite le televisioni e i giornali di stato. Ma il problema della Cina non è tanto quello di tradurre in inglese le notizie che normalmente circolano in mandarino, quanto educare progressivamente i leader a organizzare conferenze stampa “libere” e a dialogare con i giornalisti stranieri. Wen Jiabao è stato l’unico uomo del Politburo che ha dato la propria disponibilità a rispondere ad alcune domande formulate dal Washington Post e dal Wall Street Journal, ma ha preferito rispondere a un questionario piuttosto che sottoporsi a un’intervista tradizionale.
Il nuovo Politburo che verrà nominato nel 2012 dovrà sicuramente cercare di risolvere questo problema di comunicazione con l’Occidente per riuscire a guadagnarsi un po’ di fiducia in ambito internazionale. I nuovi leader dovrebbero poi imparare che non è sempre così controproducente lasciar intuire qualche aspetto della propria personalità. Ma è anche vero che più la Cina diventa potente, più il desiderio di piacere agli stranieri sembra affievolirsi. Forse perché dal loro punto di vista una grande potenza può permettersi di fare sempre ciò che vuole, a prescindere dall’opinione altrui.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” a John Cabot University (Roma) e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Martedì 15 Novembre 2011


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