Dopo la spettacolare invasione della Rocinha, la favela più celebre e popolosa di Rio, il Brasile comincia a ragionare sul da farsi. Già, perché se è un dato al momento incontrovertibile che, almeno sinora, tutto è “filato liscio” - e che per occupare quest’area di 95 ettari quadrati che negli anni si era trasformata in un covo di narcos ci sono volute solo poche ore - è chiaro a tutti che la lotta alla criminalità organizzata e ai cartelli della droga in Brasile è appena agli inizi.
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Basti pensare che non esiste il 41 bis né qualcosa di simile, non ci sono leggi a tutela di collaboratori di giustizia e, nel caso qualcuno volesse aiutare, la protezione dei testimoni non è garantita dallo Stato bensì da ong che operano con orari d’ufficio, esclusi naturalmente i fine settimana e i giorni festivi.
Certo le bandiere del Brasile e dello stato di Rio de Janeiro sono state issate in cima alla collina, il “morro” come lo chiamano da queste parti, su cui si abbarbica la Rocinha e da cui la vista è meravigliosa come, altrettanto sicuramente, è stato catturato Nem, il CEO del cartello degli Amigos dos Amigos (ADA), una delle gang che si contendono a Rio il mercato di crack, mariujana, cocaina e di oxi, la nuova droga di moda in Brasile, che crea dipendenza immediata e uccide anche in 3-6 mesi. Il problema però, lo ripetiamo, è ben lungi dall’essere risolto.
Innanzitutto perché l’operazione Shock di Pace con cui Esercito, Marina e corpi scelti della Polizia hanno fatto irruzione nella Rocinha e nelle vicine favelas del Vidigal e Chácara do Céu, tutte nella zona Sud di Rio e tutte controllate dall’ADA, è stata annunciata con largo anticipo. Almeno da due settimane, infatti, i principali media ne parlavano.
Ciò ha naturalmente portato alla fuga della gran parte dei membri del gruppo criminale che, strutturato come la Mafia siciliana (Corleonesi esclusi), hanno scelto di “inabissarsi” con largo anticipo, evitando lo scontro frontale con lo Stato. La cattura di “Nem”, all’anagrafe Antônio Bonfim Lopes, è infatti avvenuta giovedì scorso, quando il boss della Rocinha cercava di dileguarsi nascosto nel portabagagli di un auto.
La cosa interessante è che, a quanto pare, “Nem” vorrebbe “vuotare il sacco“, anche perché si sente tradito da qualcuno che all’interno dell’ADA lo avrebbe tradito, e ha già fatto sapere che il “sistema” della Rocinha e del traffico della droga con cui riforniva le confinanti “zone bene” di Rio, si reggeva sul pagamento mensile di almeno il 50% dei suoi utili da droga a poliziotti corrotti.
Il problema è che manca “un qualche strumento giuridico perché cominci a collaborare con noi”, ha detto poco fa José Mariano Beltrame, il capo della Sicurezza di Rio, principale artefice dell’operazione. “Aspettiamo che qualcuno ci offra questo strumento” anche perché “Nem ci può aiutare a catturare poliziotti corrotti che lo aiutavano, dentro ma anche fuori” dalla Rocinha.
Altro punto irrisolto è quello delle milizie, composte da ex poliziotti e militari, che controllano oramai la maggioranza delle favelas e, naturalmente, il traffico di stupefacenti corrispondente. Se infatti sino a domenica le favelas “liberate” erano 18, con relativa costruzione di Commissariati all’interno, le cosiddette Unità di Polizia Pacificatrice (UPP), ne restano altre centinaia da “liberare”.
Il problema, insomma, non è né può essere solo di ordine pubblico dal momento che, in tutto lo stato di Rio, sono oltre mille le favelas secondo i dati statistici. Inoltre, la strategia dell’”inabissamento”, favorisce la collaborazione tra le differenti gang che si offrono mutua ospitalità a seconda della necessità e delle operazioni annunciate.
Positivo dunque quanto accaduto domenica mattina ma, prima di Mondiali di calcio (2014) e Olimpiadi (2016) la strada che deve percorrere Rio per diventare un modello da presentare al resto del mondo è ancora molto lunga.
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Paolo Manzo, giornalista free-lance, vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Parla 6 lingue, laurea alla Bocconi, master all’ICE e scrive, tra gli altri, per CartaCapital, Le Monde Magazine, The News, La Stampa e Il Secolo XIX. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri
- Martedì 15 Novembre 2011


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