“I mezzi di comunicazione erano più eccitati prima che fosse reso noto il rapporto dell’Aiea sull’Iran. Dopo, gli animi si sono calmati, perché dopotutto il rapporto non conclude che Teheran ha un programma nucleare volto a costruire la bomba atomica”, osserva l’analista politico Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council e autore del libro, in uscita all’inizio del 2012, A Single Roll of Dice – Obama’s Diplomacy with Iran (Yale University Press).
La questione - spiega Trita Parsi che è di origine iraniana e ha vissuto in Svezia, prima di trasferirsi negli Usa dove ha studiato con personaggi del calibro di Fukuyama - va posta in questi termini: dove andiamo, dopo la pubblicazione del rapporto dell’Aiea?
Credo che, per mettere al sicuro gli interessi di Washington occorra spingere nella direzione della trasparenza ed esigere maggiori ispezioni, ma al tempo stesso dire no alle sanzioni e agli assassini mirati.
Che cosa pensa dell’ultimo rapporto dell’Aiea sull’Iran?
Il documento mostra che Teheran si è sì impegnata in attività legate alle armi nucleari, ma le ha fermate - in massima parte - attorno all’anno 2003.
Le sanzioni contro Teheran servono a qualcosa?
No, in questi due anni di sanzioni la traiettoria del programma nucleare iraniano non è cambiata, anche se le sanzioni hanno reso più difficile procurarsi materiale e determinate parti necessarie al programma.
In che direzione può andare la comunità internazionale?
Di primo impulso, Washington opterebbe per ulteriori sanzioni. E, a porte chiuse, si parla di ulteriori sabotaggi, virus informatici e persino omicidi mirati, che per Teheran hanno avuto un costo alto. Se ipotizziamo che dietro al recente assassinio di diversi scienziati nucleari iraniani e dietro al virus informatico Stuxnet ci sia l’Occidente (e Israele, come hanno fatto notare diversi analisti), allora dobbiamo chiederci se questi sforzi cambiano effettivamente la situazione sul terreno in Iran.
La cambiano?
Sì, ma a una velocità inferiore rispetto alla velocità a cui procede il programma nucleare iraniano.
Come mai Teheran non ha risposto all’assassinio degli scienziati nucleari? Non ha modo di rispondere?
Per i vertici della Repubblica islamica rispondere all’assassinio degli scienziati con uguale violenza porterebbe a un’escalation che non conviene a Teheran. Meglio lo status quo: sanzioni dolorose, ma che si possono contenere.
Se le sanzioni non servono, che cosa può fare Washington?
Il rapporto dell’Aiea dimostra che il pericolo maggiore viene dalla mancanza di trasparenza: se le ispezioni sono insufficienti, gli iraniani intraprendono attività sospette. Anziché sanzioni, meglio aumentare le ispezioni per verificare che il programma nucleare iraniano non diventi a scopo militare. Lo strumento da usare è il Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione, che aumenta la capacità dell’Aiea di procedere a ispezioni e verificare la natura del programma iraniano.
Ovvero?
L’Aiea potrebbe, per esempio, installare strumenti, all’interno dei centri nucleari iraniani, che servono a rendere note eventuali attività illecite. E poi l’Aiea potrebbe avere una presenza permanente in Iran e condurre controlli senza preavviso, mentre ora gli ispettori devono chiedere il visto per entrare nella Repubblica islamica e quindi dare un preavviso di diversi giorni.
Le sanzioni sono quindi da accantonare?
Sì, perché difficilmente possono portare ai risultati sperati. Anziché continuare a giocare al gatto che rincorre il topo, meglio ricorrere al Protocollo addizionale. È necessaria una strategia centrata sulla diplomazia continua, dove non ci si deve aspettare risultati istantanei e dove la trasparenza e la fiducia reciproca tra l’Iran e l’Occidente devono avere un ruolo chiave.
—
Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Martedì 15 Novembre 2011


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