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L’evoluzione “libica” della crisi siriana: da rivolta popolare a guerra - L’ANALISI

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  • Tags: Bashar Assad, Esercito Libero siriano, guerre di pace, Libia, Recep-Tayyip-Erdogan, siria, Turchia
  • Un commento
Truppe siriane in addestramento (Credits: Army Recognition.com)

Gianandrea GaianiDopo 3.500 civili uccisi e migliaia di persone incarcerate, 1.600 delle quali liberate negli ultimi giorni dal regime, la crisi siriana si sta trasformando in una vera e propria guerra con formazioni armate legate agli insorti che colpiscono sempre più duramente le truppe governative e i lealisti fedeli al presidente Bashar Assad. La milizia degli insorti ha già un nome, Esercito siriano Libero (ELS) costituito da circa 17 mila disertori fuggiti dai reparti governativi all’inizio delle rivolte popolari e confluiti in Turchia sotto la guida del colonnello Riad Assad.

Questa formazione già da oltre un mese effettua azioni militari di disturbo con imboscate e ordigni esplosivi stradali (simili a quelli utilizzati dai talebani in Afghanistan) che hanno ucciso alcune decine di militari e agenti di polizia governativi. Il raid più importante è stato portato a termine nella notte di martedì con l’attacco a una base dell’intelligence dell’Aeronautica militare alle porte di Damasco. Gli uomini dell’ELS hanno assaltato con mitragliatrici e lanciarazzi il complesso situato a nord della capitale, lungo l’autostrada per Aleppo.

Nella battaglia, scatenata forse per liberare alcuni militari dissidenti tenuti prigionieri, sono intervenuti anche gli elicotteri governativi. Un altro attacco simile sarebbe stato lanciato mercoledì contro una base dell’intelligence dell’esercito a Maara al-Numan.  L’ELS ha annunciato insieme a un altro movimento di disertori, la Brigata degli ufficiali liberi del tenente colonnello Hussein Harmush, la costituzione di un Consiglio militare provvisorio con l’obiettivo di far cadere il regime di Bashar al Assad e di “proteggere la popolazione“. La stessa definizione utilizzata dalla Lega Araba che ha messo all’angolo Damasco e, nei mesi scorsi dalla Nato per giustificare l’intervento militare contro il regime di Gheddafi in Libia.

Ospitato in uno dei sei campi di rifugiati siriani nella provincia turca dell’Hatay, al confine con la Siria nord-occidentale, l’ESL ha dichiarato di voler inoltre “impedire l’anarchia dopo la caduta della dittatura” come ha detto il colonnello Assad, che non è parente del presidente siriano e si muove protetto da guardie del corpo appartenenti alle forze speciali turche. A differenza dei gruppi di opposizione politica riuniti nel del Consiglio Nazionale Siriano (CNS), la formazione militare non è contraria all’intervento militare internazionale a sostegno della rivolta  Le pressioni di Ankara, che ha spiazzato la Lega Araba assumendo nell’agosto scorso la leadership nel sostegno ai rivoltosi, sembrano però poter modificare la posizione di alcuni gruppi politici.

Il leader in esilio dei Fratelli Musulmani siriani, Mohammad Riad Shakfa, ha definito accettabile un eventuale ”intervento” turco in Siria per porre fine a otto mesi di violenze e proteggere la popolazione”. Considerando la ritrosia della Nato a un coinvolgimento militare in Siria e il plauso di Washington alle dure pressioni turche contro Damasco sembra quindi configurarsi un possibile intervento militare di Ankara che potrebbe avere il sostegno politico della Lega Araba ovviamente con l’obiettivo di “proteggere la popolazione dal regime”.

Definizione che rischia di risultare confusa poiché, come è accaduto nella Libia di Gheddafi , anche in Siria il regime di Assad gode di ampi consensi popolari. Il premier turco Recep Tayyp Erdogan sembra cavalcare l’onda dell’interventismo e, dopo aver minacciato di tagliare i rifornimenti elettrici alla Siria, ha accusato la comunità internazionale di non far sentire in modo abbastanza forte la sua voce contro la repressione delle opposizioni in atto in Siria, affermando che ciò non accadrebbe se il Paese producesse più petrolio. Sviluppi non certo imprevisti a Damasco dove il regime ha ordinato a fine ottobre ai reparti del Genio di minare massicciamente le frontiere con Turchia e Giordania (quelle con Israele sono minate dal 1967) per contrastare eventuali attacchi esterni.

—

Gianandrea Gaiani ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane

.

  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 17 Novembre 2011

Vedi anche:

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Commenti

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Il 18 Novembre 2011 alle 12:19 giovannimartinelli ha scritto:

Certo è che questa lunga “primavera” araba (che forse avrebbe richiesto qualche cautela in più da parte dell’Occidente visti i risultati che sta portando un po’ ovunque) sembra non finire mai.
E l’agonia della Siria di Assad corre il rischio di innescare un incendio veramente pericoloso; le conseguenze di una crisi così esplosiva potrebbero ben presto riversarsi sul Libano e/o Israele, senza dimenticare che, a cascata, l’intero Vicino e Medio Oriente potrebbero subire delle conseguenze.
E scusate se è poco!
Detto questo, trovo interessante la sottolineatura del ruolo della Turchia, e non solo in relazione alla situazione in Siria.
Non credo ci siano dubbi sul fatto che il premier turco Erdogan si stia muovendo con una certa “spregiudicatezza”.
Nella crisi in Libia, la Turchia è riuscita comunque a ritagliarsi un ruolo di primo piano nonostante la propria opposizione ai raid della NATO; tanto che lo stesso Erdogan è stato uno dei primi leader stranieri, appena un giorno dopo la “parata” di Sarkozy e Cameron, a giungere a Tripoli dopo essere stata liberata (venendo pure acclamato).
Nell’ambito dei rapporti con Israele, si è arrivati a una rottura piuttosto clamorosa (anche per i toni particolarmente duri) per la vicenda della Gaza Freedom Flotilla del maggio 2010; peraltro da considerarsi, con ogni probabilità, solo un pretesto.
In Siria infine, sembra quasi scalpitare alla ricerca di un’occasione per intervenire militarmente.
Ecco allora che, alla luce di questo attivismo/protagonismo a dir poco discutibile, dell’irrisolta questione Curda, di qualche scheletro nell’armadio (ma in realtà ben noto a tutti) come il genocidio Armeno del secolo scorso e, ancora, dell’indebolimento della natura laica del Paese, considerare ancora come alquanto remota la possibilità di un’adesione della Turchia stessa all’UE appare il minimo.
Certo, l’intera questione è congelata da tempo e, oltretutto, l’Europa ha ben altri problemi in questo momento; detto questo però, sarebbe comunque meglio mantenere alta l’attenzione e la vigilanza su di un’area che ci riguarda (Italia in particolare ed Europa stessa più in generale) così tanto.
Giusto per non farci prendere di sorpresa (ancora una volta).

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