
(Credits: Epa/Manuel Vidal)
In Spagna, il momento dell’apertura delle urne si avvicina. Domenica 20 novembre si terranno le elezioni politiche che sanciranno la fine dello zapaterismo dopo quasi otto anni. Il risultato sembra essere scontato: vinceranno i Popolari di Mariano Rajoy, ma il Partito socialista spera che non sia una vittoria “assoluta”.
La parola più usata in questo momento in Spagna è sicuramente “urgenza”. I mercati sono in ebollizione, la penisola iberica è tornata nel mirino degli speculatori e lo spread è alle stelle. Il Parlamento che uscirà dalle urne di domenica dovrà riformare la Spagna, anche a costo di scelte impopolari, e - soprattutto - dovrà insediarsi in fretta. I politici assicurano che “si farà presto” e dal prossimo 20 dicembre il governo sarà operativo, intanto si profila comunque un mese di passione per la debole economia spagnola. In una recente intervista al quotidiano ABC (vicino al Partido Popular di Mariano Rajoy), il responsabile economico dei Popolari, Cristóbal Montoro è stato chiaro: “Adotteremo le riforme necessarie alla Spagna”, ha detto e ha aggiunto “non le riforme che ci impongono“. Il messaggio ai salotti buoni di Bruxelles è chiaro e forte. I Popolari sono coscienti che la situazione economica del Paese è grave, ma credono comunque nel riscatto e, soprattutto, sono convinti di essere il partito giusto con le ricette in regola per far ripartire l’economia iberica, ma senza collari né guinzagli da parte del direttorio europeo.
Durante l’intensa campagna elettorale praticamente quasi nessuno, né per parte socialista né tra i popolari, ha parlato delle misure economiche che dovranno essere prese. Sarebbe stato troppo impopolare. I candidati hanno affrontato temi più legati alle amministrazioni locali, evitando accuratamente di parlare di Europa e crisi del debito sovrano, o meglio, non scendendo nel particolare di quello che andrà fatto. Ma adesso i tempi sono (quasi) maturi e il momento di scegliere è arrivato. Il Partito socialista (PSOE) si presenta praticamente in ginocchio alle urne. Consapevoli di perdere, i socialisti senza Jose Luis Rodriguez Zapatero (che ha abbandonato la scena politica) si augurano solo una cosa: che il successo dei Popolari non sia così “assoluto” e travolgente come si profila.
I sondaggi parlano chiaro: il partito di Mariano Rajoy dovrebbe fare man bassa di seggi in Parlamento, mettendo nell’angolo l’opposizione che negli ultimi otto anni è stata al potere, seppur con uno scarto parlamentare limitato: 169 deputati siedono in Parlamento pe ril PSOE e 154 per il PP. Ma quello che stanno vivendo i socialisti è un vero e proprio psicodramma. Zapatero lascia un partito spaccato, da ricostruire sin dalle sue fondamenta, per riconquistare la fiducia e il consenso di un elettorato stanco, che - di fatto - lo ha mandato a casa. Come dimenticare che furono proprio gli indignados a convincere Zapatero che la strada delle elezioni anticipate era la via migliore da seguire. Attento alla piazza e ferito da quella stessa massa di giovani che lo aveva incoronato leader per ben due volte, il premier uscente ha gettato la spugna e si è arreso.
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I numeri non mentono: il partito Popolare è già alla guida del Paese e governa la metà delle amministrazioni locali e 11 delle 17 autonomie regionali. In sostanza, il candidato socialista, Alfredo Perez Rubalcaba, teme di vivere il finale della sua carriera politica di lungo corso sotto la cattiva stella di due record negativi: una sconfitta di enormi proporzioni che raderebbe al suolo il partito Socialista e uno strapotere dei Popolari. “Sono molto preoccupato da una maggioranza assoluta dei Popolari e da un potere senza controllo delle forze conservatrici del Paese”. Le parole di Rubalcaba non sono certo ambigue e profilano uno scenario a tinte fosche per la compagine socialista che lascia il “trono” di Spagna nel peggior modo possibile, senza onore né lode.
E dalle pagine di El Mundo, Lucia Méndez, autrice del seguitissimo blog Amor en tiempos revueltos, dipinge il ritratto della fine di un partito, quello socialista, ormai ridotto a una massa di “emozioni” e senza più una rotta politica definita. “Un partito in difficoltà, a tal punto da perdere il potere per circostanze accidentali - scrive la Méndez sul quotidiano conservatore - diventa una organizzazione fatta di carne viva. E’ successo al PP nel 2004 e ora sta succedendo al PSOE”. E continua: “Costretti a rispettare gli obblighi della campagna elettorale, pur sapendo che niente di quello che fanno o dicono servirà a granché, i sofferenti socialisti hanno optato per aprire la porta emozionale della politica e parlano direttamente al cuore degli elettori, visto che non riescono a dialogare con le loro teste”.
Insomma, una scelta alla Almodovar, tanto per citare il regista simbolo dell’epoca zapateriana, e una campagna fatta di lacrime e abbracci, che però non porteranno al risultato elettorale sperato. E anche se le coppie gay tremano e hanno paura che i Popolari cancelleranno i diritti sanciti per loro da Zapatero, a cominciare dai matrimoni legittimi per le coppie omosessuali, stiano tranquille: l’Europa e le Borse chiamano, i diritti dei gay non saranno la priorità del nuovo governo di Madrid che ha molta fretta, sì, ma di tamponare la barca prima che affondi definitivamente. E su questa barca si è tutti uguali. Gay e non.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso
- Venerdì 18 Novembre 2011


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