di Sergio Romano
Il comunicato con cui la Lega araba il 14 novembre ha annunciato la sospensione della Siria dall’organizzazione ricorda quello con cui lo stesso organismo, il 12 marzo, propose l’istituzione di una “no fly zone” (zona d’interdizione aerea) nei cieli della Libia per impedire al colonnello Muammar Gheddafi di stroncare violentemente le proteste dei suoi concittadini. I due comunicati dimostrerebbero che dopo le rivolte degli scorsi mesi il rispetto dei diritti umani e i valori della democrazia stanno progressivamente conquistando il mondo arabo.
Me lo auguro, ma temo che il quadro sia più complicato. La Lega araba condannò Gheddafi e spianò la strada alla risoluzione dell’Onu sulla zona d’interdizione aerea perché il colonnello libico era detestato dalla maggior parte dei regimi della regione. I suoi complotti, le sue trame, le sue ambizioni nucleari e l’uso spregiudicato del suo denaro avevano aperto conti che i suoi molti nemici erano ansiosi di saldare. Oggi la Lega punisce il presidente siriano Bashar al-Assad anche per ragioni che con la democrazia hanno poco a che vedere. Negli ultimi 50 anni gli Assad hanno costruito un regime che è al tempo stesso laico e alauita (una setta religiosa della grande famiglia sciita) e hanno sanguinosamente represso la Fratellanza musulmana, vale a dire la maggiore organizzazione politica e sociale del mondo sunnita. Non basta. Il migliore amico della Siria è l’Iran, vale a dire la teocrazia sciita che si serve dei suoi confratelli religiosi (molto numerosi nel Golfo Persico) per minacciare dall’interno la stabilità dei regimi sunniti, da quello dell’Arabia Saudita a quelli degli Emirati.
Non metto in dubbio le intenzioni democratiche di Nabil el-Araby, il diplomatico egiziano che è da qualche mese segretario generale della Lega. Ma non è facile credere a quelle dell’Arabia Saudita, un paese che diffida degli sciiti, governa la propria società con una arcaica polizia del buon costume ed è intervenuto nel Bahrein con un corpo di spedizione, nello scorso marzo, per aiutare l’emiro (sunnita) a reprimere la rivolta della sua maggioranza sciita. Dietro molte battaglie per la democrazia s’intravedono, nella grande area mediorientale, gli antichi conflitti religiosi fra sunniti e sciiti. Non è sorprendente che il Libano abbia votato contro la sospensione della Siria dalla Lega araba e l’Iraq si sia astenuto. Nel primo esiste un forte partito sciita (Hezbollah), nel secondo il governo è prevalentemente sciita.
In Siria, intanto, il regime promette di parlare con l’opposizione e lancia qualche messaggio conciliante. Ma sinora ha sistematicamente smentito se stesso e ingannato i suoi interlocutori. È possibile che la posizione assunta dalla Lega spiani la strada a nuove sanzioni e costringa Damasco a capitolare. Ma l’ottusa tenacia del regime dimostra che la situazione siriana è alquanto diversa, per esempio, da quella egiziana. Al Cairo l’esercito ha abbandonato Hosni Mubarak, si è impadronito del potere e governa la difficile transizione democratica del paese. A Damasco gli ufficiali dell’esercito sono alauiti e il governo è sostenuto dalla rete organizzativa del partito Baath, dal partito degli affari, da tutti coloro che temono l’avvento di un regime influenzato dalla Fratellanza musulmana. Non basta. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea potrebbero adottare nuove sanzioni, ma l’ipotesi di un’altra no fly zone, dopo gli avvenimenti libici, è alquanto improbabile. E il regime di Assad, naturalmente, lo sa.
- Domenica 20 Novembre 2011


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