
di Giulio Meotti
Quando 10 mesi fa le piazze del mondo arabo, da Tunisi al Cairo, si riempirono di giovani in rivolta contro la stagnazione creata da regimi per decenni al potere, abbiamo esclamato, noi occidentali, che si era aperto un mondo migliore, foriero di democrazia e di diritti per tutti. Ma i risultati della rivoluzione araba detta “primavera” sembrano del tutto diversi dalle nostre aspettative. Certamente il povero Muhammed Bouazizi, l’ambulante martire immolatosi per protestare contro la confisca della sua merce, non si sarebbe mai immaginato che le prime elezioni libere nel suo paese, la Tunisia, dove il numero di minigonne è (finora) il maggiore di tutto il Medio Oriente, sarebbero state vinte dal partito islamico Ennahda con addirittura il 40 per cento dei voti. Di «inverno arabo» ha appena parlato il celebre storico israeliano Benny Morris sulla rivista americana National Interest. Lo confermano le molte storie di scrittori, blogger e registi laici vittime di quella che un noto intellettuale tunisino ha chiamato la nuova “caccia alle streghe”.
Se in Egitto fondamentalisti islamici stanno attaccando le statue pagane di Alessandria, i cristiani sono massacrati a decine e 100 mila hanno già preso la via dell’esilio. Inoltre numerosi blogger sono stati incarcerati (il più famoso, Maikel Sanad, ha la “colpa” di essere cristiano, pacifista e contrario a uno stato islamico). In Tunisia il caso più emblematico è quello che ha messo in ginocchio la tv Nessma, partecipata da Mediaset e da Tareq ben Ammar, fin da subito generoso sostenitore della primavera araba. La “colpa” di Nessma è stata quella di volere trasmettere il film Persepolis di Marjane Satrapi (da anni in “esilio” a Parigi). La pellicola è in primo luogo l’autobiografia dell’autrice che denuncia la teocrazia islamica iraniana. Racconta il momento in cui da bambina, a seguito della rivoluzione khomeinista del 1979, viene obbligata a indossare il velo.
Nessma, che in arabo vuol dire aria fresca, è la televisione dello schieramento laico e modernista. Un simbolo dunque su quale direzione assumerà la rivoluzione araba. Centinaia di fondamentalisti hanno prima cercato di appiccare un incendio agli studi televisivi, tentando di impedire che la ragazzina protagonista del film ponesse quelle domande impertinenti a tutta la nazione: “I miei pantaloni sono sufficientemente lunghi?”; “Il mio velo è a posto?”; “Si nota il trucco?”; “Mi frusteranno?”; “Dov’è la mia libertà di pensiero?”. Domande che hanno spaventato ambienti tunisini vicini all’estremismo islamico.
Il sito Tribune Tunisienne ha commentato la messa in onda di Persepolis (fra l’altro per la prima volta doppiato in tunisino) come segue: “Perché questo film è stato proiettato questa sera su Nessma? La risposta mi sembra chiara ed evidente per tutti noi: la catena televisiva deve lanciare un messaggio al tunisino”. L’attacco infatti è avvenuto pochi giorni prima che alle elezioni uscisse egemone il partito islamico.
Nessma è stata oggetto di una furibonda campagna di aggressione. Ci sono state marce contro il film, pagine Facebook inneggianti alla morte del doppiatore, gruppi islamici e avvocati che hanno denunciato la tv alla magistratura, un pesante boicottaggio commerciale, un clima d’odio senza precedenti in Tunisia. Il direttore della tv, Nebil Karoui, è stato minacciato di morte e anche la sua famiglia è caduta nell’incubo. Karoui è stato portato in tribunale per rispondere dell’accusa di blasfemia. In rete sono apparsi editti religiosi contro di lui e i dipendenti dell’emittente. Uno squadrone di zeloti ha attaccato la sua abitazione armato di coltelli, gli hanno rotto i vetri delle finestre, sua moglie e i figli si sono messi in salvo per miracolo. Anche dall’Iran è arrivata la condanna della tv, definita “eretica”.
Nessma non è un caso isolato nella Tunisia della primavera araba. Sempre più le ragazze sono «invitate» dagli zeloti per strada ad abbandonare abiti all’occidentale, nelle piscine degli alberghi lungo la costa si è visto il ritorno al costume da bagno a tunica per le donne e a violenze contro quelle in bikini, e si susseguono attacchi ai bordelli, simbolo della famosa tolleranza tunisina. Poco prima di Nessma, i religiosi hanno cercato di impedire la proiezione di un altro film, Né Allah né padrone, della celebre regista Nadia el-Fani, oppositrice di Ben Ali ma anche dei fondamentalisti. Stessa sorte per il più importante regista tunisino, Nouri Bouzid, che per strada è stato colpito alla testa da un islamista, che agitava una spranga al grido di “Allah akbar” (Dio è il più grande).
“Vogliono riportarci a 1.400 anni fa” ha detto el-Fani, la cui dichiarazione di ateismo («Io non credo in Allah») le è costata una condanna a morte da parte di un imam. Su Facebook in migliaia hanno dato il proprio sostegno a una pagina in cui si rappresenta la regista come il diavolo, promettendole l’Inferno e «un proiettile in testa”. Al cinema Africart di Tunisi, una delle sale più famose della capitale, integralisti hanno interrotto la proiezione del film di el-Fani, minacciando gli spettatori; 4 mila persone sono appena scese per strada e brandito cartelli con scritto: “Ahrar, not kouffar”. Ovvero: siamo liberi, non eretici.
Questo grido drammatico conferma che, se la rivoluzione è stata rapida e quasi indolore, il domani sarà lento e reso difficile dallo scontro sul modello di vita nel paese.
- Domenica 20 Novembre 2011

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