Che cosa sta accadendo in Egitto? E, soprattutto, da che parte sta lo SCAF, ovvero il Consiglio Supremo delle Forze Armate che governa il Paese da quando Hosni Mubarak si è dimesso lo scorso febbraio? Queste sono due domande di importanza cruciale per Israele, storico nemico-amico dell’Egitto, mentre al Cairo si stanno ancora contando i morti degli scontri a Piazza Tahrir.
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Riassumiamo brevemente la situazione: in Egitto la situazione è tesissima. Le prime elezioni democratiche della sua storia sono fissate per il 28 novembre. Israele teme che stravincano i partiti islamici - soprattutto i Fratelli Musulmani ma anche i salafiti, ancora più radicali - e che, una volta al potere, questi pongano fine alla “pace fredda” che vige tra i due Paesi confinanti e che aumentino il sostegno ad organizzazioni terroristiche come Hamas (legata ai Fratelli Musulmani) e ai gruppi salafiti presenti nella Striscia di Gaza (quelli che hanno ucciso Vittorio Arrigoni, per intenderci).
Tra Gerusalemme e il Cairo infatti vige un trattato pace siglato alla fine degli anni Settanta da Anwar el-Sadat, il predecessore di Mubarak. Sia Sadat che Mubarak erano due dittatori laici, relativamente filo-occidentali, sostenuti dalle Forze Armate, dunque tra i due c’è stata una linea di continuità che si è dimostrata anche nel rispetto dell’accordo con Israele.
Da quando la rivoluzione dello scorso febbraio ha deposto Mubarak, il potere è passato nel Consiglio Supremo delle Forze Armate (spesso citato con l’acronimo, inglese, di SCAF), che in teoria avrebbe il compito di traghettare la nazione verso le elezioni democratiche di fine novembre. Anche se gli osservatori - anche alla luce di quest’ultima domenica di sangue a piazza Tahrir - pensano che lo SCAF non voglia affatto cedere il potere e stia piuttosto creando un clima di alta tensione onde impedire o sabotare le elezioni.
Da quando è al potere, lo SCAF sta mantenendo un atteggiamento ambiguo. Sul fronte interno, sta formando una bizzarra “alleanza a corrente alternata” con i fondamentalisti islamici, permettendo loro di dare sfogo al loro odio contro i cristiani e Israele senza eccessive conseguenze: due esempi sono il massacro dei copti dello scorso ottobre e l’assalto contro l’ambasciata israeliana del Cairo lo scorso settembre.
Sul fronte esterno, tuttavia, lo SCAF vuole evitare la rottura completa con Israele - come, del resto, dimostrano gli scambi di prigionieri recenti. L’impressione è che i generali che governano l’Egitto vogliano convincere Israele e gli Stati Uniti di essere l’unica alternativa credibile ai fondamentalisti.
Citando l’analisi di un celebre blogger egiziano, noto con lo pseudonimo di Grande Faraone: “Da quando ha permesso che l’ambasciata israeliana venisse presa d’assalto, lo SCAF ha mandato un messaggio ben preciso. Ovvero: siamo noi o il caos, in Egitto, siamo noi o le lotte tribali. Anche se ci stiamo allineando con i partiti islamici per tenerli buoni fino a quando saremmo in grado di consolidare il nostro potere nel nuovo Egitto, siamo gli unici in grado di contenere le loro ambizioni”
A Gerusalemme, del resto, hanno capito benissimo che gli anni di un Egitto amico come quello governato di Mubarak sono finiti da un pezzo.
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Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll
- Lunedì 21 Novembre 2011


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