
Il 'Fratello numero due' Noun Chea (Credits: AP Photo/Heng Sinith)
Trent’anni dopo il genocidio che ha decimato quasi un quarto della popolazione cambogiana, i tre alti dirigenti del regime di Pol Pot, Nuon Chea, Khieu Samphan e Ieng Sary, tornano in tribunale per essere finalmente giudicati. Chi non è riuscto ad andare a Phnom Penh per assistere di persona al processo lo sta seguendo minuto per minuto in televisione. Rivivendo, a causa delle testimonianze dei tre protagonisti, gli anni più bui del regime dei Khmer rossi, quelli in cui persero la vita 2,5 milioni di persone.
In Cambogia tutti ricordano Noun Chea, 85 anni, come l’ideologo del regime, il “fratello numero due“, ovvero il braccio destro di Pol Pot, morto nel 1998. Negli anni del regime (1975-79) era suo il compito di controllare i centri di esecuzione in qualità di responsabile della sicurezza. E ancora oggi ha avuto il coraggio di difendere il suo operato sostenendo che i Khmer rossi non uccidevano tante persone, e “solo i cattivi, mai i buoni”. Khieu Samphan, 89 anni, è invece l’ex Capo di Stato di Kampuchea, e Ieng Sary, 86 anni, l’ex Ministro degli Esteri, il volto internazionale del regime.
Si tratta del secondo processo organizzato in Cambogia davanti a un tribunale internazionale. Nel corso del primo, nel 2010, venne condannato a trent’anni di reclusione Kaing Guek Eav, noto come “compagno Duch“, il responsabile del centro di tortura S-21, accusato di aver autorizzato l’uccisione di 15mila persone. Oggi, ancora una volta vittime e carnefici sono di nuovo riuniti in un’aula di tribunale per ricordarsi a vicenda che non rispettare gli ordini dei superiori, negli anni ‘70, significava uccidersi da soli. “Chi tra noi sceglieva di non obbedire veniva immediatamente fucilato. Ecco perché in poco tempo siamo diventati meno coraggiosi”, ha spiegato Chim Phan, un leader Khmer minore accusato “soltanto” di aver ucciso “una coppia di giovani che aveva deciso innamorarsi senza precedentemente chiedere l’autorizzazione al regime”.
Nelle aule del tribunale hanno ascoltato tutti in rigoroso silenzio le accuse mosse contro i tre carnefici, nascondendo per quanto possibile la tristezza e l’orrore rievocato dalle parole degli avvocati dell’accusa. E’ stato ricordato il trasferimento forzato degli abitanti di Phnom Penh, il fatto che le strade fossero sempre colme di cadaveri, i casi in cui il fegato dei condannati veniva strappato dai loro corpi mentre erano ancora in vita, e ancora gli episodi di cannibalismo di cui si resero colpevoli i perseguitati lasciati per troppo tempo senza cibo.
L’unica grande assente è Ieng Thirith, 79 anni, first lady del regime. Solo la settimana scorsa la donna è stata dichiarata incapace di intendere e di volere dal tribunale. Eppure, la maggior parte dei cambogiani avrebbe assistito con soddisfazione alla sua certa condanna per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” a John Cabot University (Roma) e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Martedì 22 Novembre 2011


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