
(Credits: AP Photo/Riccardo De Luca)
Oggi è un giorno molto importante per il Myanmar. Il parlamento ha infatti approvato un disegno di legge che permette ai cittadini di manifestare pacificamente, a patto di di informare le autorità con almeno cinque giorni di aticipo e di tenersi a distanza da sedi governative, scuole, ospedali e ambasciate. Per diventare legge la nuova proposta ha bisogno di essere firmata dal Presidente Thein Sein, ma è impossibile che il massimo rappresentante del nuovo corso birmano decida di tirasi indietro. Del resto, da quando, a marzo scorso, la giunta si è sciolta e ha passato il potere a un governo civile, seppure controllato dai militari, quest’ultimo si è fatto promotore di una serie di riforme che hanno addirittura permesso alla storica leader di opposizione, Aung San Suu Kyi, di ritornare sulla scena politica. Ed entro la fine dell’anno il Nobel per la Pace birmano sarà candidata in un’elezione parlamentare suppletiva grazie alla quale potrebbe ottenere legalmente un seggio.
Si tratta di importanti passi avanti per un paese come il Myanmar, dove le ultime proteste di grandi dimensioni risalgono al 2007, quando i monaci buddisti diedero vita alla “rivolta zafferano“, duramente repressa dalla giunta militare allora al potere. Un cambimento che anche gli Stati Uniti hanno deciso di sostenere, autorizzando dopo cinquant’anni la visita di un segretario di stato americano, prevista per l’1 dicembre. Un’occasione di cui Hillary Clinton e gli esponenti della giunta certamente approfitteranno per discutere delle sanzioni che da tempo mettono in difficoltà la nazione.
Molti birmani sperano con tutto il cuore che per il loro paese sia arrivato il momento di cambiare le cose. Di lasciarsi alle spalle i momenti più bui della dittatura militare e abbracciare, finalmente, democrazia e libertà. Eppure, la diffidenza rimane. La memoria dei tanti episodi di repressione in cui sono stati coinvolti è ancora viva, e nessuno ha dimeticato neppure la scelta della giunta di rifiutare gli aiuti internazionali offerti all’indomani del disastro provocato dal tifone Nargis.
Qualche ottimista però c’è. Il libraio Soe Myint, ad esempio, ha avuto il coraggio di riappendere nel suo negozio qualche poster del Generale Aung San, il padre di Aung San Suu Kyi, il vero eroe dell’indipendenza birmana, convinto che, oggi, poliziotti e militari non gli creeranno più problemi. Non solo: Soe Myint ha persino esposto negli scaffali del suo negozio tutti quei volumi che, fino a ieri, era obbligato a vendere di nascosto. E li ha esauriti in un paio di giorni, tanto da doverne ordinare immediatmente le ristampe. “Le forze dell’ordine sono ancora molto presenti nelle strade, ma si respira un’aria diversa. Mia figlia è perfino riuscita a ottenere dei certificati che chiedeva da tempo senza corrompere nessuno. Questa è una vera rivoluzione!“, ha commentato un avvocato di Yangon che, per precauzione, ha preferito comunque rimanere anonimo. E sempre più birmani, riforma dopo riforma, iniziano a convincersi che, per quanto lento e difficile, il cambiamento ci sarà.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” a John Cabot University (Roma) e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Giovedì 24 Novembre 2011


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