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Sanzioni all’Iran: chi ci guadagna da questa escalation? - L’ANALISI

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  • Tags: il mio iran, Iran, Iran sanzioni, sanzioni, ue
  • 4 commenti
(Credits: Epa/Abedin Taherkenareh)

(Credits: Epa/Abedin Taherkenareh)

Farian SabahiL’Unione Europea ha imposto ulteriori sanzioni all’Iran, l’Italia ha richiamato per consultazioni l’ambasciatore a Teheran. Entro gennaio Bruxelles potrebbe imporre l’embargo al petrolio iraniano, facendo salire i prezzi del petrolio in modo esponenziale.

Tutto questo è conseguenza dell’assalto all’ambasciata inglese a Teheran. A sua volta successiva al voto del parlamento iraniano contro Londra, conseguenza di un nuovo round di sanzioni contro la Repubblica islamica dopo il rapporto dell’AIEA dell’8 novembre che ha parlato di “gravi indizi sull’avanzamento del programma nucleare iraniano”.

E’ una continua escalation. E Teheran è sempre più isolata, ora che anche Mosca ha espresso solidarietà verso Londra. La posizione russa è ambigua e contraddittoria: da una parte ha interesse a tenere buoni rapporti con Teheran che paga in petrodollari la collaborazione per la centrale nucleare di Bushehr (a soli scopi civili, dovrebbe creare a pieno regime mille megawatt); dall’altra i vertici di Mosca sono sensibili alle pressioni della leadership israeliana, anche perché nello Stato ebraico vivono un milione di russi.

In un clima tanto teso, resta da vedere chi ha qualcosa da guadagnarci. Sicuramente i guerrafondai. Non solo a Teheran ma anche ad altre latitudini. Perché la paura porta tutti (Israele e i Paesi arabi del Golfo in primis) a dotarsi di un arsenale militare sempre più avanzato e cospicuo. E questo è ovviamente nell’interesse dell’industria americana degli armamenti, in crisi per il declino dell’economia mondiale. Ma, sulla scia delle primavere arabe, pure per la cacciata dei tanti dittatori arabi, un tempo ottimi acquirenti di armi a stelle e strisce.
—

Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere

  • farian
  • Venerdì 2 Dicembre 2011

Vedi anche:

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Commenti

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Il 2 Dicembre 2011 alle 17:15 anna.one ha scritto:

@ E questo è ovviamente nell’interesse dell’industria americana degli armamenti, in crisi per il declino dell’economia mondiale. Ma, sulla scia delle primavere arabe, pure per la cacciata dei tanti dittatori arabi, un tempo ottimi acquirenti di armi a stelle e strisce.

Sempre imparziale heh?

Gli USA hanno il 30% del mercato delle armi che esportano agli amici, (naturalmente non agli iraniani che le bramano ma si devono accontentare dei ferri vecchi russi) rimane il 70%..

http://www.sipri.org/googlemap.....p_map.html

Il 2 Dicembre 2011 alle 17:24 anna.one ha scritto:

@ Perché la paura porta tutti (Israele e i Paesi arabi del Golfo in primis) a dotarsi di un arsenale militare sempre più avanzato e cospicuo.

Esattamente, potevano vivere con il sospetto di Israele con le nukes, certo non possono assolutamente stare tranquilli con un Iran, con la sua fringe di fanatici, armato di bombe nucleari ecco, cosi’ che ci sarà la corsa al nucleare (armi). Tutta colpa dei mullahs!!!

:)

Il 3 Dicembre 2011 alle 12:22 maat59 ha scritto:

Gli Usa non sono certo i soli a dover fronteggiare il declino del commercio di armi, condiviso del resto anche da altri governi europei (britannico e italiano in primis). In un momento così critico della nostra storia - venute meno le motivazioni a sostegno dei precedenti conflitti in Iraq, Afghanistan e Libia - la possibilità di disegnare nuovi scenari bellici nell’area medioorientale apparirebbe foriera di prospettive allettanti sul piano del prestigio occidentale. Un prestigio che contribuirebbe non soltanto a riconsolidare la credibilità politica di qualche stato attualmente zoppicante, ma soprattutto a restituire una spinta economica a quei paesi parzialmente inghiottiti dalla crisi globale. In ultima istanza non va dimenticata l’importanza rivestita in Iran dall’industria petrolifera: l’oro nero, infatti, ha sempre esercitato una forte attrazione sui governi occidentali. Non sarebbe quindi da trascurare l’eventualità che un’escalation della tensione con Teheran (gli Usa non escludono l’intervento armato) nasca anche da forti interessi di egemonia economica.

Il 5 Dicembre 2011 alle 17:58 anna.one ha scritto:

Considerando che gli USA non importano il petrolio dell’Iran dal 1987 e, visto le ultime scoperte di giacimenti immensi negli USA e del nostro primo fornitore, il Canada, si presume che il problema è tutto europeo (e cinese), infatti l’Iran è il terzo esportatore nel mondo di petrolio e, i clienti più grandi sono proprio l’Italia, la Spagna, Grecia, Germania e Francia, con l’acquisto dall’Iran di 450,000 barili al giorno di crude l’anno scorso. Solo l’Italia e la Spagna importarono il 70% del petrolio EU dall’Iran.

Percio’ si, l’escalation potrebbe accadere non solo per evitare che tutto il M.O vada nucleare che, con i fanatici nel luogo sarebbe una prospettiva da incubo, ma per i forti interessi di egemonia economica, quelli dell’EU e, se gli USA intervengono, sarebbe per proteggerli, ancora una volta!

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