- Tags: diaspora, Generazione Tel Aviv, Hannukkà, Israele, religioni, Usa
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Si avvicina, secondo il calendario ebraico, la festività di Hannukkà. Ovvero la festa delle luci, che ricorda la vittoria dei ribelli Maccabei contro i dominatori greci nel secondo secolo avanti Cristo, e che come ogni anno si svolge a ridosso del Natale cattolico: per il 2011 la prima sera di Hannukkà cade il 20 dicembre (in base agli anni, la data può variare di poco).
Naturalmente Hannukkà viene festeggiato in Israele così come nella diaspora. Negli Stati Uniti, in particolare, dove la comunità ebraica è molto numerosa, non è raro imbattersi in decorazioni di Hannukkà a fianco di quelle natalizie: così i sevivon (le tradizionali trottole dette anche dreidel) e i candelabri a nove braccia (detti channukkià), fanno compagnia agli abeti decorati e ai presepi.
Proprio per questo stupisce molto la bizzarra “pubblicità progresso” che era stata promossa dal governo israeliano e fatta circolare tra alcune comunità ebraiche americane… Prima di essere ritirata perché troppo controversa. Il filmato, postato su YouTube attraverso il canale ufficiale dell’Ufficio dell’Assorbimento (ossia il dipartimento del Ministero dell’Interno che si occupa di integrare i nuovi immigrati, ma anche gli israeliani che fanno ritorno dopo un lungo periodo) voleva essere un invito agli israeliani che si sono trasferiti negli Usa a fare ritorno nella loro terra.
Il video mostrava un uomo e una donna di mezza età, presumibilmente i nonni, che fanno una video-chiamata a una giovane coppia con una bambina, presumibilmente due emigrati israeliani che hanno avuto una bambina nata in America. È dicembre, nel loro salotto sono accese le candele di Hannukkà, e quando i due nonni domandano alla nipotina “Sai che festa celebriamo oggi?”, la piccola risponde tutta felice: “Natale!”. A questo punto i due giovani genitori si scambiano uno sguardo imbarazzato. Il messaggio implicito era che solamente in Israele si può crescere i propri figli nella tradizione ebraica.
Ovviamente la tesi faceva acqua da tutti i pori. A cominciare dal fatto che le festività religiose ebraiche sono state preservate nel corsi dei millenni proprio dalla diaspora, visto che Israele è una nazione indipendente appena dal 1948 e che gli ebrei sono ritornati ad abitarla in massa relativamente di recente. Infatti le “grandi ondate migratorie” sono cominciate intorno al 1880, a ridosso delle persecuzioni nella Russia zarista e, successivamente, con la nascita del Sionismo moderno: il che significa che per quasi duemila anni gli ebrei hanno preservato le loro tradizioni indipendentemente da Israele.
Senza contare che, evidentemente, lo spot era offensivo nei confronti degli ebrei americani, ragion per cui, come spiegato sopra, è stato ritirato. La vicenda inoltre illustra bene la necessità, ormai ammessa apertamente dal governo israeliano, di attirare nuovi immigrati dalle comunità benestanti e istruite della diaspora. Si tratta di un imperativo socio-economico, volto a contrastare la tendenza demografica della comunità ebraica in Israele che, con il passare delle generazioni, tende a impoverirsi, dal momento che la natalità è molto più alta nei settori poveri e non istruiti della popolazione: pensate che alcune comunità ultra-ortodosse hanno un tasso di natalità media di nove figli per donna, un vero record.
Da qui il tentativo di invogliare a trasferirsi in Israele giovani europei ed americani. Ma soprattutto di convincere a tornare i numerosi israeliani che, spinti dalle difficoltà economiche, hanno abbandonato il loro Paese a favore degli Stati Uniti. Come ha scritto una giornalista israeliana: “Il governo ha un disperato bisogno degli ebrei americani… Peccato che non riesca a fare a meno di offenderli.”
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Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll
- Lunedì 5 Dicembre 2011


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Commenti
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Il 6 Dicembre 2011 alle 18:35 indigesto ha scritto:
Sarà difficile “..convincere a tornare i numerosi israeliani che, spinti dalle difficoltà economiche, hanno abbandonato il loro Paese a favore degli Stati Uniti.” dove, si suppone, godono di miglior accoglienza e si integrano al punto tale da acquisire un’identità, in alcuni tratti, sufficientemente distante da quella d’origine. Il farglielo notare, come tenta di fare Israele, non dovrebbe essere poi considerata una bestemmia, dopo tutto!
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