
(Credits: AP Photo/Pat Roque)
Non è partita male la 17esima Conferenza delle Nazioni Unite dedicata al clima. I Capi di Stato e di governo, i ministri dell’Ambiente e vari rappresentanti di Organizzazioni Internazionali che per l’occasione si sono riuniti a Durban, in Sudafrica, avranno tempo fino a venerdì per accordarsi su misure concrete con cui dar seguito agli accordi di Cancun del dicembre 2010 e al Protocollo di Kyoto.
Sorprendendo un po’ tutti, è stata proprio la Repubblica popolare a prendere l’iniziativa per sbloccare i negoziati. Consapevole di essere responsabile di ben un quarto delle emissioni globali di anidride carbonica, Pechino ha deciso di autorizzare il suo inviato in Sudafrica, Xia Xhenhua, a proporre ai paesi presenti un accordo legalmente vincolante a livello internazionale. Una proposta che naturalmente è stata accolta a braccia aperte dall’Unione Europea, che già spera che questo nuovo patto su cui tanti paesi si sono già impegnati a lavorare possa diventare operativo entro il 2020. Lo stesso anno in cui i limiti volontari che la Repubblica popolare si è autoimposta per tenere sotto controllo il riscaldamento globale decadranno.
Non solo: Bruxelles si aspetta che se la Cina rimarrà fedele a questa nuova linea ecologista anche gli Stati Uniti non potranno più tirarsi indietro, e se anche decideranno di continuare non firmare il Protocollo di Kyoto, potrebbero ritrovarsi costretti a sottoscrivere il nuovo accordo “sponsorizzato” da Pechino.
Xia Xhenhua ha chiarito molto bene la posizione della Cina in materia di inquinamento. Pur ribadendo il proprio impegno a trovare un accordo piùvincolante per tutti, il delegato cinese non ha perso occasione per ricordare ai presenti che “i paesi ricchi avrebbero dovuto da tempo uniformarsi alle linee imposte dal Protocollo d Kyoto, perché il fardello dei costi legati ai tagli delle emissioni va condiviso“.
L’attivismo orientale a Durban è stato interpretato in modi diversi. Alcuni hanno sostenuto che, essendo progressivamete svaniti anche a Pechino gli effetti del “cielo azzurro post-Olimpiadi”, il governo non ha potuto fare a meno di reagire. Anche perché, ad esempio, il fatto che lo scorso fine settimana siano stati cancellati centinaia di voli nell’aeroporto della capitale perché una coltre di smog, non di nebbia, ha ridotto drasticamente la visibilità sulle piste, ha alimentato un grande dibattito tra i cinesi, che hanno finalmente iniziato a interrogarsi sui pericoli che un‘eccessiva esposizione alle polveri sottili potrebbe comportare.
Per altri analisti Pechino si sarebbe invece limitata a sfruttare questa occasione per mostrarsi come una potenza disposta a cooperare, pur rimanendo consapevole che, nonostante l’entusiasmo del Vecchio Continente, la riluttanza mostrata da Canada, Giappone, Russia, India e, in modo meno evidente, Stati Uniti a impegnarsi seriamente nella lotta al riscaldamento globale lascia pensare che anche la Repubblica popolare potrà poi permettersi di fare altrettanto.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” a John Cabot University (Roma) e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Martedì 6 Dicembre 2011


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