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I 18 anni di Elián González, l’ex simbolo anti-Castro oggi amico di Fidel

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  • Tags: cuba, Elián González, fidel castro, latinoamericana, propaganda, regime, Stati Uniti
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La "liberazione" del piccolo Elian da Miami (Credits: cliff 1066tm by Flickr)

La "liberazione" del piccolo Elian da Miami (Credits: cliff 1066tm by Flickr)

Paolo ManzoLa sua storia, nel novembre del 1999, fa aveva commosso l’opinione pubblica di mezzo mondo, anche chi di Cuba ignorava la storia. Più di dieci anni dopo il piccolo Elián González, nel giorno del suo 18esimo compleanno, ritorna a far parlare di sè, ma stavolta per un motivo esattamente opposto a quello che l’aveva reso celebre quando aveva sei anni. Siti governativi e giornali ufficiali di Cuba, infatti, hanno rimbalzato una sua foto in divisa militare in occasione del raggiungimento della maggiore età. E una sua dichiarazine: “Sarò felice solo quando i 5 torneranno a Cuba“, ha detto in chiaro riferimento alle spie da anni in carcere negli Usa e solo una delle quali è stata liberata. Celebrazioni che sono un pugno nello stomaco per tutta la comunità internazionale degli esuli cubani che nella storia di Elián avevano creduto fino in fondo sperando che riuscisse a trasformarsi nel simbolo anti-Castro per eccellenza.

Il suo divenne in pochissime ore un caso diplomatico tra i più difficili tra Stati Uniti e Cuba. Il piccolo era stato infatti trovato non distante dalle coste della Florida aggrappato a uno pneumatico dopo che l’imbarcazione su cui era scappato dall’isola caraibica insieme alla madre era affondata.

Il piccolo solo e spaurito si era così ritrovato in balia dei flutti e delle autorità di entrambi i Paesi. In genere i cubani che lasciano Cuba e riescono a raggiungere gli Stati Uniti vengono autorizzati a rimanere. Ed era ciò che speravano i parenti esuli del piccolo così come molte organizzazioni contro Fidel Castro. Ma all’epoca ci si appigliò a dei cavilli da romanzo: fu dichiarato, infatti, che sua madre aveva portato via da Cuba il bambino senza l’autorizzazione del padre.

Il caso perciò, forse perché troppo scomodo, fu volutamente e abilmente portato su un piano diverso. Da una richiesta di asilo politico vero e proprio fu relegato ad un caso di affidamento parentale. Proprio per questo alla fine nel 2000 le autorità cubane ebbero la meglio con la decisione nientedimeno che della Corte suprema degli Stati Uniti di rispedire Elián a casa.

Il 22 aprile di quell’anno, nonostante la resistenza dei familiari esuli a Miami, la casa dello zio in cui il bambino veniva tenuto provvisoriamente fu circondata dalla polizia e il piccolo preso in un blitz che fece il giro del mondo per essere poi riconsegnato al padre Juan Miguel.

Poi più nulla. Su Elián scese il silenzio anche se il governo di Castro ogni 7 dicembre, giorno del suo compleanno, gli dedicava una parata ufficiale e c’è perfino un museo, quello della Battaglia delle Idee che onora la sua storia con alcune stanze a lui dedicate. Adesso la foto e le dichiarazioni del suo 18esimo compleanno rimbalzate nell’isola e poi nel mondo intero torna a riempire questo vuoto.

Di Elián si sa adesso solo che vive in un piccolo centro dell’isola di nome Cárdenas e che suo padre, eletto per merito al parlamento, lavora ora come cameriere in un ristorante italiano. I servizi segreti cubani hanno sistemato accanto all’abitazione della famiglia una stazione di controllo per evitare che non accada nulla a colui che ormai è diventato il simbolo proCastro.

Oltre alla foto con le bandierine è stata riportata la sua dichiarazione: “Castro per me è come un padre, anzi un amico”. Si è proprio lui, lo stesso Elián che cercava di cambiare vita negli Stati Uniti.

—

Paolo Manzo, giornalista free-lance, vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Parla 6 lingue, laurea alla Bocconi, master all’ICE e scrive, tra gli altri, per CartaCapital, Le Monde Magazine, The News, La Stampa e Il Secolo XIX. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri

  • paolo.manzo
  • Mercoledì 7 Dicembre 2011

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