Qualcuno ha già detto che è stata la vittoria del metodo Indaba, che in lingua zulu identifica uno speciale consiglio di anziani chiamato ad appianare le divergenze sulle questioni più importanti, discutendo fino a che non si superano le differenze. A Durban l’indaba ha prodotto all’alba di domenica 11 dicembre, un accordo che ha scansato il fallimento della conferenza Onu sul clima, ma che è difficile considerare un vero successo.
Il testo prevede una roadmap, che porterà alla stesura, entro il 2015, di un nuovo tratattato vincolante per ridurre le emissioni di gas serra, destinato a entrare in vigore entro il 2020. Nel frattempo la validità del protocollo di Kyoto è stato estesa. Si è anche data via libera al Fondo verde per il clima che, con una dotazione di 100 miliardi di dollari, aiuterà i Paesi poveri a sostenere i costi per far fronte al riscaldamento globale.
I fondi dovrebbero cominciare ad affluire dal prossimo anno, ma ancora non è chiaro in che modo. Qualche aggiustamento è stato approvato anche nel campo dei crediti ambientali.
La novità più importante scaturita dal summit di Durban è che la prima volta la Cina, il Paese più inquinante al mondo, ha accettato un accordo che la obbliga a ridurre le emissioni. Finora i paesi poveri e le potenze emergenti si erano strenuamente opposti all’idea di dover condividere con le nazioni più industrializzate (e quindi maggiormente responsabili dell’effetto serra) il peso della lotta al cambiamento climatico.
Anche gli Stati Uniti si sono arresi all’idea che il prossimo trattato dovrà essere vincolante. Rimane da vedere se il Congresso di Washington si adeguerà, visto che non lo fece con l’accordo di Kyoto.
I risultati sono stati ottenuti grazie alla determinazione del commissario UE all’Ambiente Connie Hadegaard, che ha indotto Brasile e molti Stati africani e asiatici ad avvicinarsi alle posizioni dell’Europa, da sempre più favorevole a introdurre obblighi ambientali, e alla pervicacia del ministro degli Esteri sudafricano Maite Nkoana-Mashabane, che ha imposto a un gruppo di irriducibili (tra i quali India, Cina, Usa, Francia e Gran Bretagna) le trattative a oltranza. Come negli Indaba.
Molti scienziati e ambientalisti sono convinti, tuttavia, che fosse necessario fare molto di più. L’obiettivo di mantenere l’innalzamento della temperatura entro i 2 gradi appare sempre più lontano. Uno studio del Tyndall Centre for Climate Change Research pubblicato proprio alla vigilia della conferenza di Durban ha svelato che le emissioni inquinanti sono aumentate del 49 per cento negli ultimi 20 anni. In media, tra il 2000 e il 2011, la crescita è stata in media del 3,1 per cento. “Ci sono stati sforzi per incrementare l’efficienza energetica e il ricorso a energie rinnovabili, ma gli effetti finora sono stati marginali”, ha spiegato Corinne Le Queré direttore del Tyndall Centre.
Gli scienziati concordano sula necessità di passare dagli attuali 44 miliardi di tonneallate di C02 all’anno a meno di 35 nel 2030. “Non intravedo nulla in questi negoziati che impedisca di superare il limite dei 2 gradi”, ha dichiarato il direttore dell’UNEP (Programma Onu per l’ambiente) Achim Steiner che ha lasciato il sudafrica poco prima che venisse firmata la Piattaforma di Durban “per raggiungere questo traguardo dovremmo raggiungere il picco massimo delle emissioni nel 2020, ma fino a quella data non ci sarà neppure un accordo per il contenimento dei gas serra”.
Nnimmo Bassey, presidente di Friends of the Earth intenational, ha tuonato che “ritardare ulteriori tagli alle emissioni fino al 2020 è un crimine di proporzioni globali, perché significa che il mondo va verso un aumento della temperatura di 4 gradi. Una sentenza di morte per l’Africa e molte isole e Paesi vulnerabili”.
Dello stesso tenore i commenti di Greenpeace, che ha giudicato fallimentare l’esito del vertice di Durban e di Oxfam: “I negoziatori hanno mandato un chiaro messaggio agli affamati del mondo: che mangino petrolio” ha sentenziato Celine Charveriat, direttore delle campagne dell’ong. Pragmatico Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente: “L’Europa da subito si deve fare promotrice, con il sostegno dell’Italia, di un piano per colmare questo gap e aggiornare al 30% il proprio impegno di riduzione delle emissioni di gas-serra al 2020. Per l’Europa, si tratta di un impegno che non richiede grandi sforzi aggiuntivi e in linea con le politiche climatiche ed energetiche adottate a livello comunitario. L’Unione europea, infatti, è già a un passo dal raggiungimento dell’obiettivo del 20% al 2020 visto che nel 2010 le emissioni dei ventisette paesi Ue sono già diminuite del 15,5% rispetto al 1990”.
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, invece è convinto che l’intesa di Durban rilancerà la Green Economy. Sarà, nel frattempo possiamo solo sperare che la febbre della terra non salga troppo in fretta per i tempi della politica.
- Lunedì 12 Dicembre 2011


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Il 15 Maggio 2012 alle 10:40 Clima: si apre a Bonn la conferenza Onu senza grandi aspettative | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] che i negoziatori si trovano di fronte non sono diverse da quelle incontrate al vertice di Durban a dicembre dello scorso anno. Quella fondamentale è chi e in che misura deve pagare per le misure [...]
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