di Giovanni Porzio, inviato a Il Cairo
Al gran bazaar di Khan al-Khalili, tappa obbligata d’ogni turista al Cairo, i commercianti siedono sconsolati a fumare la shisha davanti ai negozi deserti. “Da mesi non vedo un cliente” dice Salem, un anziano gioielliere nel suq dell’argento. “Non ricordo una crisi simile ai tempi dell’assassinio di Anwar Sadat”. I caffè e i ristoranti un tempo affollati sono vuoti. Alcune botteghe con le saracinesche abbassate sono in vendita. Le agenzie di viaggio offrono tour a prezzi stracciati e soggiorni in hotel a cinque stelle a costi risibili.
La rivoluzione che ha abbattuto il trentennale regime di Hosni Mubarak ha in pochi mesi devastato l’economia egiziana. Il tasso di crescita è sceso dal 7 all’1 per cento. Gli investimenti esteri sono scesi del 26 per cento e il Pil del 4,2 per cento, mentre il debito pubblico è cresciuto del 30 per cento. Le riserve di valuta straniera sono crollate del 40 per cento e la Banca centrale fa sapere di avere in cassa solo 24 miliardi di dollari, pari a quattro mesi di importazioni di beni e servizi. La fuga degli investitori è finora costata 7 miliardi di dollari e il saldo negativo della bilancia dei pagamenti supera i 9,8 miliardi.
Il clima d’incertezza politica alimenta la sfiducia dei consumatori e ha inferto un colpo durissimo all’industria turistica, che occupa il 10 per cento degli 85 milioni di egiziani e che nel 2011 ha subito una contrazione del 33 per cento: gli introiti, scesi del 35 per cento, sono stati solo in parte compensati dall’aumento delle rimesse dall’estero, oggi principale fonte di valuta pregiata del Paese.
A Giza, sulla spianata delle piramidi, le guide e i cammellieri assediano gli sparuti gruppi dei visitatori. Negli hotel di Luxor il 90 per cento delle camere è vacante e se Hurghada e Sharm el-Sheik hanno limitato il calo al 30 per cento grazie ai voli diretti dall’Europa, sulla costa mediterranea il settore alberghiero boccheggia al 40 per cento delle potenzialità. “Ho dovuto dimezzare il salario dello staff”, spiega Mohammad Hassin, uno dei manager del Masr Hotel. Che non nasconde i timori per la vittoria elettorale dei partiti islamici: “I salafiti vogliono vietare l’alcol e segregare le donne in spiagge riservate: per noi sarebbe la fine“.
Nella nota di accompagnamento alla decisione di Standard&Poor’s di abbassare il rating del debito sovrano egiziano si parla esplicitamente del “rischio rappresentato dalle sfide istituzionali” e di “possibili ulteriori conflitti sociali“.
I problemi da affrontare, con un tasso di disoccupazione che sfiora il 12 per cento, 700 mila giovani che si affacciano ogni anno sul mercato del lavoro e metà della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno, sono colossali.
I ceti produttivi stanno pagando un prezzo che con il passare dei mesi (la maratona elettorale non finirà prima di giugno) diventa insostenibile e cominciano a mostrare segni evidenti di insofferenza. Il che spiega, almeno in parte, il successo dei Fratelli musulmani: presentandosi come il partito dell’ordine, della moderazione e della stabilità hanno saputo catalizzare il malcontento della classe media e persino di numerosi cristiani.
- Lunedì 12 Dicembre 2011


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