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Terra coltivabile, un Risiko da 200 milioni di ettari

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  • Tags: africa, agricoltura, cibo, land grabbing, Terra
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(©Emilio Morenatti/Ap/LaPresse)

(©Emilio Morenatti/Ap/LaPresse)

Franca RoiattiTra il 2000 e il 2010 oltre 200 milioni di ettari di terra, otto volte la superficie della Gran Bretagna sono stati oggetto di negoziati e contratti. L’obiettivo principale di questa nuova corsa all’oro verde è l’Africa, dove si trovano 134 milioni degli ettari passati di mano, o in via di negoziazione. Le cifre sono contenute nel rapporto Land Rush and the Rights for Land (scarica qui il rapporto), pubblicato dall’International Land Coalition (Ilc), un organismo che comprende agenzie dell’Onu, istituzioni finanziarie, istituti di ricerca, ong e organizzazioni di coltivatori. “La gara per la terra sta diventando sempre più globale e sempre più iniqua” è il commento di Madiodo Nasse, direttore di Ilc  “ cattiva gestione, corruzione, mancanza di trasparenza, che contraddistinguono le grandi acquisizioni di terra, implicano che i poveri traggano ben pochi benefici, ma paghino i costi più alti”
Quest’ultima fotografia del fenomeno del landgrabbing, svela alcune dinamiche che finora erano passate un po’ sotto silenzio. Prima di tutto tra le motivazioni che spingono imprese, stati e fondi di investimento ad accaparrarsi terreni non c’è soltanto quella di coltivare cibo. Di tutti gli accordi analizzati, il 78 per cento riguardano aree destinate alla produzione agricola, ma in 3 casi su 4  si tratta di masse per biocarburanti. L’altro  22 per cento delle terre viene sfruttato per miniere, legname, servizi turistici, ma anche per la riforestazione delle aree che permettono agli inquinatori di continuare a farlo pagando qualcun altro per piantare alberi. Non mancano motivazioni puramente speculative: la terra è una risorsa limitata destinata a rivalutarsi, anche di molto, nel tempo.
L’altro aspetto emerso dallo studio e forse meno sorprendente, ma molto preoccupante, è che le aree interessate da questa mondiale caccia alla zolla sono quelle migliori, irrigabili, vicino a infrastrutture, dove è più probabile che sorgano conflitti con gli occupanti. E questo smentisce il mito alimentato da tanti governi africani e investitori, ovvero che a essere cedute sarebbero le terre “vuote”. Molta attenzione è stata riservata finora ai capitali esteri impiegati nell’acquisto di terreni in Africa e Asia, ma lo studio evidenzia come una parte ancora maggiore sia svolta dalle élite locali e molti soldi arrivino anche da paesi limitrofi.
La crisi dei prezzi del cibo del 2007-2008 ha provocato un’accelerazione senza precedenti del fenomeno del landgrabbing, ma per quanto i ritmi possano rallentare, il Risiko non si fermerà. Le ragioni, crescita della popolazione e crescita dei consumi da parte di una minoranza globale, restano valide nel lungo termine.

Nell’immediato, invece, sono confermati molti dei timori che hanno accompagnato l’esplosione della corsa alla terra. Tanti progetti di grandi investimenti sono falliti o non sono mai partiti, spesso perché si sono sottovalutate le difficoltà di avviare e gestire estese piantagioni. Molti governi pur di attrarre capitali hanno assicurato cospicue esenzioni fiscali e applicato tariffe di concessione minime, di fatto vanificando la possibilità di ottenere benefici pubblici dallo sfruttamento delle risorse. Spesso i più poveri sono stati espropriati dei diritti consuetudinari di uso della terra e delle risorse idriche, mentre la compensazione e i risarcimenti non sono quasi mai adeguati alla perdita subita dalle comunità. Le stime sull’occupazione legata ai grossi investimenti sono esagerate, si legge nel rapporto, i posti di lavoro creati sono pochi, temporanei e mal pagati.
A pagare il prezzo più alto, come purtroppo accade troppo spesso in questi casi, sono le donne discriminate nel riconoscimento dei loro diritti, nel processo decisionale e fisicamente vulnerabili.
Siamo a un bivio fondamentale per il futuro del sud del mondo, conclude il rapporto. Ma quei 500 milioni di piccoli contadini e pastori sono fondamentali non solo per la sopravvivenza delle loro comunità, ma di tutto il mondo che dovrà essere in grado di produrre più cibo, in modo sostenibile.
Si pensa ancora, affermano i ricercatori, che il progresso nell’agricoltura passi dalle coltivazioni su larga scala, nonostante in Africa si siano dimostrate spesso inadeguate.
La soluzione, invece, deve passare da un più rigoroso rispetto dei diritti di chi vive sulla terra oggetto di transazioni, ma soprattutto dalla considerazione che esiste un’altra strada per lo sviluppo che parte proprio da chi oggi non ha voce.

  • froiatti
  • Mercoledì 14 Dicembre 2011

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