da Parigi, Giorgia Castagnoli
L’ex presidente francese Jacques Chirac è stato condannato a due anni di prigione con la condizionale dal tribunale correzionale di Parigi per una storia di corruzione risalente agli anni ’90. E’ la prima volta che un ex presidente della Repubblica viene condannato dalla Giustizia, malgrado egli abbia fatto di tutto per evitare di comparire davanti al giudice, apportando perfino un certificato medico attestante dei problemi nourologici gravi ed irreversibili.
In una lettera scritta in apertura del processo egli affermava di non aver commesso nessun errore penale o morale, ma il verdetto della Corte sembra essere del parere contrario, visto che lo ha condannato per dirottamento di fondi pubblici, abuso di fiducia e acquisizione illegale degli interessi.
I fatti risalgono al 1990, quando Jacques Chirac era sindaco di Parigi e presidente del RPR (l’antenato dell’attuale UMP) e cominciava a prepararsi per le presidenziali che avrebbe poi vinto nel 1995. Ed è in questo momento che commincia l’affaire des emplois fictifs al Comune di Parigi: una ventina di persone assunte in maniera irregolare.
La vittima in questione è perciò il Comune francese, ovvero per estensione tutti i cittadini e l’Istituzione. L’attuale sindaco, M. Delanoe, del Partito Socialista, alcuni mesi fa ha accettato di ricevere per il comune una grossa somma di denaro da parte di Chirac e dell’UMP come indennizzo, decidendo perciò di rinunciare a costituirsi parte civile nel processo.
Ma la macchina della Giustizia francese è andata avanti in maniera autonoma, a dimostrazione di uno dei cardini storici della Repubblica: l’uguaglianza davanti alla legge.
Le reazioni al verdetto di colpevolezza contro uno dei più amati presidenti della Quinta Repubblica sono contrastanti: c’è chi parla di accanimento giudiziario e di decisione “desolante”, come alcuni deputati dell’UMP, e chi applaude la condanna come decisione storica e buon segno per la democrazia, come fanno i rappresentanti della sinistra.
In ogni caso, si tratta di un processo dall’alto valore simbolico e politico.
—
Giorgia Castagnoli, giornalista, vive a Parigi dove collabora con il Corriere della Sera, Le Monde des Religions e l’Institut de Relations Internationales et stratégiques
- Giovedì 15 Dicembre 2011


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