Welcome home e Go home. Due invocazioni opposte risuonano in questi giorni negli Stati Uniti e in Iraq. La prima a Fort Bragg, in North Carolina, sede della 82a divisione autotrasportata che ha subìto il numero più alto di perdite sul totale di 4.500 soldati americani tornati a casa in un feretro avvolto nella bandiera a stelle e strisce. La seconda a Falluja, in Iraq, dove si è svolta la più grande battaglia americana dopo il Vietnam, con 2.000 iracheni e 150 statunitensi rimasti ufficialmente sul terreno.
“Welcome home” è la frase pronunciata da Barack Obama a Fort Bragg, che sancisce la mantenuta promessa (una di quelle che hanno determinato la sua elezione alla Casa Bianca), di riportare a casa “i ragazzi” per le feste natalizie del 2011. “Go home” è invece l’urlo degli sciiti, ma anche di una parte di sunniti, che hanno sopportato a fatica la guerra e poi l’occupazione americana e si preparano oggi a riprendere in mano le sorti del Paese.
Nouri Al-Maliki, il premier e uomo forte dell’Iraq, guida un governo da molti considerato troppo filo-iraniano (lo stesso Al-Maliki ha vissuto a lungo a Teheran). Questa è la grande incognita, e insieme anche la grande accusa mossa agli americani: di aver prodotto, con la caduta di Saddam, il risultato negativo di lasciare spazio libero alle mire egemoniche iraniane in tutto il Vicino Oriente, bilanciate solo in parte da una Siria dal futuro oggi più che mai incerto.
In Iraq, nonostante la guerra e parecchi anni di amministrazione di fatto americana, nessuno può ancora dirsi al sicuro. E sulle rosee prospettive di crescita economica delineate dal Fondo monetario internazionale per il Paese, con un tasso di oltre il 9 per cento annuo (superiore anche alla crescita di India e Cina) e a dispetto della frase a effetto pronunciata da Al-Maliki a Washington (”In prima linea non ci sono più i militari, ma gli uomini d’affari”), l’ammainabandiera Usa è molto lontano dall’essere il segnale di una mission accomplished, una “missione compiuta”. Si potrebbe parlare, invece, di “missione incompiuta”, al punto che i non-sciiti in Iraq avevano chiesto a Obama di mantenere un presidio di almeno 5-10 mila soldati per addestrare le ancora impreparate forze di polizia irachene. Ma neanche questo è stato possibile, per il veto sciita all’immunità per i soldati americani.
Si apre, dunque, un periodo confuso, pericoloso, imprevedibile. Che si aggiunge, come tassello scomposto, al puzzle in frantumi del mondo arabo e mediorientale. E l’ammainabandiera americano consegna alla Storia una pagina politico-militare sanguinosa e dal bilancio controverso.
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Marco Ventura, inviato di guerra e cronista parlamentare de Il Giornale, poi collaboratore de La Stampa, Epoca, Il Secolo XIX, Radio Radicale, Mediaset e La7, responsabile di uffici stampa istituzionali e autore di una decina fra saggi e romanzi. L’ultimo “Hina, questa è la mia vita”. Da “Il Campione e il Bandito” è stata tratta la miniserie con Beppe Fiorello per la Rai vincitrice dell’Oscar Tv 2010 per la migliore fiction televisiva
- Giovedì 15 Dicembre 2011


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Il 23 Dicembre 2011 alle 13:06 Iraq: la guerra tra sciiti e sunniti potrebbe far sprofondare il Paese in una nuova epoca di caos – L’ANALISI | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] senza le truppe Usa continua ad essere una polveriera. Non è un caso che, proprio con la partenza degli ultimi 4.000 [...]
Il 23 Dicembre 2011 alle 13:14 Iraq: la guerra tra sciiti e sunniti potrebbe far sprofondare il Paese in una nuova epoca di caos – L’ANALISI | Vivi Capena ha scritto:
[...] senza le truppe Usa continua ad essere una polveriera. Non è un caso che, proprio con la partenza degli ultimi 4.000 [...]
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