di Giovanni Porzio
Era il 2005, e dopo anni di laboriose trattative con la rappresentanza nordcoreana a Roma ero finalmente riuscito a ottenere il visto: primo giornalista italiano ufficialmente accreditato e ammesso al “paradiso dei lavoratori”. Fu un viaggio orwelliano, iniziato a bordo del decrepito Ilyushin della compagnia di bandiera Air Koryo atterrato dopo due ore di volo a Pyongyang, capitale della Repubblica popolare democratica di Corea (Rpdk).
- (Credits: Giovanni Porzio)
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Ad attendermi ai piedi della scaletta c’erano la signora Kim e il signor Toh, i gentilissimi e implacabili funzionari del ministero dell’Informazione incaricati di “vegliare sulla mia sicurezza” e di “facilitare il programma”, stabilito nei minimi dettagli: interviste pilotate, visite a centri sportivi ed esposizioni floreali, concerti, omaggio di rito alla colossale statua bronzea di Kim Il-sung, il “sole della nazione”, dichiarato alla sua morte nel 1994 “presidente per l’eternità”.
Suo figlio Kim Jong-il, onnipresente sugli schermi della televisione di Stato, teneva alto il vessillo della Juche, l’ideologia totalizzante che permea la società nordcoreana: un misto di collettivismo autarchico e di tradizione confuciana che il Caro leader aveva aggiornato con la parola d’ordine songun chongchi, lo sforzo bellico prima di tutto.
L’intera società è organizzata in funzione della difesa nazionale: le stazioni della metropolitana sono rifugi antiatomici, la leva obbligatoria dura dai sei ai dieci anni e soldati in servizio attivo sono 1,1 milioni, l’industria militare è l’unico settore sviluppato dell’economia e il programma nucleare - prima causa del velenoso contenzioso con l’Occidente e dell’isolamento del Paese - è apertamente finalizzato alla costruzione di ordigni atomici. Oltre la cortina di bambù, ai 24 milioni di nordcoreani è stato fatto credere che un’invasione americana sia imminente.
Con la scusa di visitare una comune agricola supportata da una ong italiana, riuscii a farmi portare in campagna. Il paesaggio, regredito all’età preindustriale, era costellato di torrette di avvistamento, postazioni di contraerea e bunker mimetizzati nei fianchi delle montagne. Molti distretti erano e sono off-limits. Le strade sono sterrate e i brevi tratti asfaltati sono piste di atterraggio per i Mig. Nelle case i contadini mi offrivano acquavite e kimchi, cavoli fermentati.
La signora Kim e il signor Toh rispondevano infastiditi e in modo evasivo alle mie domande sul costo della vita, il tasso di cambio, i servizi sociali, l’assenza di luce elettrica. Ma non potevano impedirmi di osservare le lunghe file di uomini, donne e ragazzini scalzi, con il fazzoletto rosso al collo, che armati solo di vanghe e picconi scavavano nel fango: non era dato sapere se fossero operai o “volontari”, se stessero dissodando un terreno, costruendo una diga o la massicciata di una ferrovia.
L’impressione era di un Paese sprofondato nella miseria, mentre la capitale-vetrina aveva l’aspetto ordinato e inquietante di una città futurista, con larghi viali alberati, piazze e giardini scrupolosamente curati, geometrici blocchi d’appartamenti in cemento e monumentali archi di trionfo.
Al mattino, mentre gli altoparlanti installati sui lampioni esortavano il popolo a edificare lo stato socialista, impiegati, manovali e studenti si mettevano in marcia o attendevano in file silenziose i tram di seconda mano regalati dalla Germania orientale prima della riunificazione tedesca. Dopo il tramonto Pyongyang si svuotava e affondava nella penombra: restavano accese le luci dei monumenti e dei palazzi del potere, degli alberghi per i rari turisti, di qualche ristorante, delle residenze nel quartiere diplomatico, del casinò nel seminterrato dell’hotel Yongakto dove ai tavoli della roulette i pochi clienti stranieri ammazzavano la noia con il whisky e le entraineuse cinesi.
Kim Jong-il aveva avviato qualche timida riforma: abolizione di alcuni sussidi alle imprese statali, incentivi alla produzione, liberalizzazione controllata dei prezzi, possibilità per i contadini di vendere il surplus nei mercatini informali. I consumi, il tenore di vita, le importazioni e gli scambi commerciali sono lentamente cresciuti negli ultimi anni. Ma non è affatto scontato che il ventisettenne Kim Jong-un, destinato a succedere al padre, sia in grado di allargare la breccia nella cortina di bambù e nel monolitico sistema dinastico-militare che da oltre mezzo secolo opprime il popolo nordcoreano.
- Lunedì 19 Dicembre 2011


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