
di Sergio Romano
Per descrivere Angela Merkel, nelle scorse settimane, sono state dissotterrate immagini e definizioni che appartengono ai più turbolenti momenti della storia europea fra l’Ottocento e il Novecento: “cancelliere di ferro”, “egemonia tedesca”, “arroganza germanica”. Merkel sarebbe quindi una reincarnazione moderna di Otto von Bismarck, l’uomo che unificò la Germania nel 1870, o, peggio ancora, di Guglielmo II, il Kaiser che dette al proprio paese ambizioni imperiali e pagò la sconfitta con la perdita della corona nel 1918. Dopo avere tentato inutilmente, per due volte, la conquista militare dell’Europa, la Germania di Angela Merkel si proporrebbe il dominio economico del continente. E darebbe prova, nel perseguire questo scopo, della stessa altera durezza dei suoi lontani predecessori.
Questa, tuttavia, è soltanto una delle molte immagini che il cancelliere ha dato di sé nel corso della sua vita. Quando viveva con la sua famiglia nella Repubblica Democratica Tedesca, era una diligente ricercatrice di chimica nei laboratori dell’Accademia delle scienze e non era nota per i suoi sentimenti politici. Più tardi, dopo il crollo della Rdt e l’unificazione tedesca, il cancelliere Helmut Kohl fu colpito dalla sua serietà, dal suo buonsenso, dalla sua capacità di creare una rete di utili relazioni, soprattutto all’interno del partito, e fece della «ragazza», come la chiamava affettuosamente, una sorta di figlioccia politica. Non poteva immaginare che qualche anno dopo, quando fu accusato di avere accettato un finanziamento illecito, Merkel si sarebbe sbarazzata di lui e avrebbe approfittato dello scandalo per scalare la vetta del partito.
Poco sensibile al valore desueto della gratitudine, l’opinione pubblica europea salutò la sua conquista della cancelleria, nel 2005, con molti elogi e grandi aspettative. Le giovò probabilmente il fatto di essere donna e di avere sconfitto un uomo politico socialista, Gerhard Schröder, che era stato molto criticato per la sua politica sociale e per la sua eccessiva familiarità con la Russia di Vladimir Putin. Non tutti si erano accorti che Schröder, prima di qualsiasi altro leader europeo, aveva capito quali effetti la moneta unica e il mercato unico avrebbero avuto sulle principali economie dell’Unione.
Non appena constatò che le industrie tedesche avevano già cominciato a trasferirsi nei paesi dove i sindacati sarebbero stati meno conservatori e la politica fiscale più accogliente, Schröder ridusse la spesa sanitaria, riformò il sistema previdenziale e soprattutto persuase le organizzazioni sindacali ad accettare una più flessibile regolamentazione del mercato del lavoro. Il risultato fu un considerevole aumento della produttività e delle esportazioni tedesche nell’area del mercato unico e nel mondo. L’euro e la produttività sono stati i due ingredienti del nuovo miracolo tedesco. Le esportazioni rappresentano oggi il 40 per cento del prodotto interno lordo della Repubblica Federale: una percentuale quasi doppia rispetto a quella di vent’anni fa.
Per alcuni anni, quindi, Angela Merkel, alla testa di una coalizione composta da cristiano-democratici e socialisti, ha vissuto a credito godendo dei vantaggi di una politica inaugurata dal suo predecessore. Fu questa probabilmente la ragione per cui nelle elezioni del 2009 riuscì a conquistare un secondo mandato. Ma la nuova coalizione, composta da cristiano-democratici e liberali, ha coinciso con la grande crisi del 2008, vale a dire con una fase politica in cui la società tedesca, come tutte le società europee, ha cominciato a lanciare i soliti segnali di malumore da destra e da sinistra: contro la politica fiscale, contro l’immigrazione, contro l’energia nucleare, contro i grandi progetti infrastrutturali come il polo ferroviario di Stoccarda, e soprattutto, dopo lo scoppio della crisi greca, contro gli irresponsabili spendaccioni della fascia mediterranea dell’Unione. Il governo ne ha fatto le spese nelle elezioni locali e la Cdu di Merkel ha perso terreno in Länder importanti come il Baden-Württemberg e il Nord Reno-Vestfalia.
Il clima politico ha accentuato la prudenza del cancelliere, sempre attento agli umori dell’elettorato. Angela Merkel è certamente flessibile e pragmatica, ma anche opportunista e pronta a cambiare rapidamente la sua linea politica per tenere conto degli umori del corpo elettorale. È questa probabilmente la ragione per cui la sua prima risposta, a ogni segnale di peggioramento della crisi, è stata generalmente quella di impartire ai paesi malati soltanto il rimedio del rigore fiscale. Non poteva ignorare che i paesi in crisi erano importatori di prodotti tedeschi, quindi necessari alla prosperità della Germania, e che il fallimento della Grecia, in particolare, avrebbe avuto effetti catastrofici sullo stato di salute delle banche tedesche che hanno impegnato miliardi di euro in obbligazioni greche depositate nei loro portafogli. Ma la sua maggiore preoccupazione era quella di non contrastare i sentimenti di una pubblica opinione che non voleva «pagare per gli altri» e di una stampa popolare che chiedeva ai greci di vendere le loro isole.
I ravvedimenti e i passi avanti, di conseguenza, sono sempre arrivati troppo tardi, quando la situazione era già peggiorata e richiedeva ormai nuovi interventi, ancora più incisivi. Mi piacerebbe credere che questa riluttanza ad adottare formule più efficaci fosse il risultato di una strategia pedagogica. Mi piacerebbe pensare che il cancelliere volesse aggravare la crisi per meglio gestirla, che volesse mettere i reprobi con le spalle al muro per meglio creare le condizioni di una unione fiscale in cui tutti avrebbero dovuto rinunciare a una parte della loro sovranità nazionale.
In effetti è quello che è accaduto. Il vertice dell’8 dicembre non avrebbe prodotto l’accordo respinto dalla Gran Bretagna se l’Europa, nelle settimane precedenti, non si fosse pericolosamente avvicinata all’orlo del precipizio. Ma temo di attribuire ad Angela Merkel una cultura europea e intenzioni strategiche che non appartengono al suo stile e al suo carattere.
Se fosse davvero «europea», nello stile di Kohl e Helmut Schmidt (i due migliori cancellieri tedeschi dopo Konrad Adenauer e Willy Brandt), avrebbe già accettato gli eurobond e la mutualizzazione di quella parte del debito europeo che non supera la soglia del 60 per cento fissata dal trattato di Maastricht, di cui si celebrerà fra qualche mese il 20° anniversario. Gli eurobond richiedono un passo ulteriore che la Germania potrebbe fare, purtroppo, all’ultima ora della prossima crisi.
Se questa è la natura di Angela Merkel, mi sembra difficile pensare che la Germania voglia dominare l’Europa. La politica del cancelliere non riflette ambizioni egemoniche. Riflette piuttosto un nazionalismo introverso e isolazionista, non molto diverso da quello che ispira la destra repubblicana del Tea Party nell’America di Barack Obama. Credo che l’analisi migliore della politica tedesca sia quella del ministro degli Esteri polacco. In un articolo recente, Radoslaw Sikorski ha scritto di non temere il potere della Germania, ma la sua inattività.
- Martedì 20 Dicembre 2011

LE NEWS, I CANDIDATI, IL CALENDARIO...
I PERSONAGGI DELLA SETTIMANA
TUTTE LE TIMELINE DI PANORAMA.IT
STORIE DAL MONDO
IL MONDO IN CLASSIFICA
LE NOTIZIE CHE NON VI ABBIAMO DATO
GLI EVENTI POLITICO-ECONOMICI DELLA SETTIMANA
SCOMMESSE SUL MONDO
LE OPINIONI DI SERGIO ROMANO
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
FALLIMENTO O SALVATAGGIO
LA PRIMAVERA ARABA
INDIGNADOS DI TUTTO IL MONDO
GHEDDAFI, FINE DI UN DITTATORE













FOTOBLOG: IL MONDO IN DIRETTA
LE FOTO PIÙ BELLE DELLA SETTIMANA
I VOLTI DELLA SETTIMANA
Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.