Che le dittature avessero le loro liturgie si sapeva. La morte di un dittatore in carica non è esattamente come quella di un dittatore in fuga. La morte di Kim Jong-il, il Caro Leader nord-coreano ucciso da un cancro al pancreas o da una congiura di palazzo (se stiamo ai rumors che sempre fioriscono oltre l’impermeabile cortina di silenzio delle dittature vere), non è come la morte di Muammar Gheddafi braccato negli scoli di un’autostrada, linciato e caricato su un autocarro.
Da Pyongyang, capitale della Corea del Nord, le immagini che filtrano provengono da dentro e fuori il Palazzo. Ma idealmente concordano e si specchiano le une nelle altre. Dentro, c’è un catafalco con la salma che presto sarà mummificata del dio-eroe Kim Jong-il, sopraelevata in mezzo a un tappeto di fiori bianchi e rossi e circondata da militari in alta uniforme e impeccabili dignitari.
Il lutto in Asia è colorato ed eccessivo come la vita di tutti i giorni. Palazzo Kumsusan accoglie fino al 28 ottobre, giorno dei solenni funerali, le spoglie dell’ultimo imperatore asiatico e comunista. Fuori, nelle strade, scorrono fiumi di lacrime, scroscia il pianto collettivo dei cittadini orfani del Caro Leader, in ginocchio, intenti alla smaccata esibizione di sfoghi isterici e impegnati nell’espressione teatrale della separazione dal Capo chiamato in cielo.
Lo stesso cielo dal quale discende nell’immaginario popolare alimentato da titoli di rispetto il figlio Kim Jong-un, ventottenne Grande Successore e, appunto, Figlio del Cielo, affiancato da una zia in precarie condizioni di salute, Kim Kyong-hui, sorella di Kim Jong-il, e dal marito di lei, Chang Sung-taek.
Perché nel retrobottega di tutte le dittature ci sono le Corti e le Congiure, che si mobilitano e sviluppano le loro danze macabre a ogni morte di papa laico. La semplice donna della strada di Pyongyang, gli occhi invasi dalle lacrime, le labbra serrate e le mani giunte nella mimica della disperazione e invocazione quasi religiosa, altro non è che una pedina di contorno di una liturgia del potere che si mostra sotto teche di cristallo in mezzo ai fiori e imbalsama il corpo del capo per blandire e ringraziare il Leader oltre la (sua) morte. Così il potere si rigenera, attraverso lo sfoggio del lutto, avviando l’incoronazione del figlio, il Grande Successore destinato a conservare se stesso, la sua famiglia e tutta la Corte.
Finché una gioventù che non sia sorda alle sirene di Internet e della Primavera di democrazia globale non avrà la forza di rialzarsi e contraddire il potere. E le sue liturgie.
—
Marco Ventura, inviato di guerra e cronista parlamentare de Il Giornale, poi collaboratore de La Stampa, Epoca, Il Secolo XIX, Radio Radicale, Mediaset e La7, responsabile di uffici stampa istituzionali e autore di una decina fra saggi e romanzi. L’ultimo “Hina, questa è la mia vita”. Da “Il Campione e il Bandito” è stata tratta la miniserie con Beppe Fiorello per la Rai vincitrice dell’Oscar Tv 2010 per la migliore fiction televisiva
- Mercoledì 21 Dicembre 2011


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