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Liberata la petroliera Savina Caylyn. La Farnesina tace, ma i dettagli ce li raccontano i pirati

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  • Tags: Farnesina, Giulio Terzi, Guerre di pace italiane, pirati, Savina Caylyn, Somalia
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(Credits: Ansa)

(Credits: Ansa)

Gianandrea GaianiUn mese or sono sulle pagine di questo blog ci eravamo illusi che il governo tecnico, proprio per la sua natura, potesse interrompere la spirale di silenzio, censura, reticenza e scarsa trasparenza che da sempre caratterizza le operazioni militari italiane e le vicende che vedono il nostro Paese coinvolto nelle crisi internazionali.

Negli ultimi giorni è però apparso chiaro che si tratta di pura illusione e, anzi, l’attuale governo sembra voler accentuare le chiusure degli esecutivi politici che lo hanno preceduto. Lo ha confermato nei giorni scorsi il silenzio della Difesa sull’intensificarsi degli scontri nell’Ovest afghano sotto comando italiano dove fonti della Nato hanno rivelato che solo tra ottobre e novembre si sono registrati 140 attacchi contro le truppe alleate che laggiù sono per oltre la metà italiani.

Lo ha confermato anche nelle ultime ore la vicenda della liberazione della petroliera italiana Savina Caylyn, l’ultima nave italiana in mano ai pirati somali (dopo la “liberazione” della Rosalia D’Amato) rilasciata ieri dai sequestratori che l’avevano abbordata l’8 febbraio scorso in mezzo all’Oceano indiano. Un sequestro che già allora aveva sollevato polemiche perché il governo non autorizzò un blitz delle nostre forze speciali che avrebbe avuto ottime possibilità di successo durante la lunga navigazione della gigantesca nave (100 mila tonnellate, quanto una portaerei americana) verso la “tortuga” di Harardhere con a bordo solo cinque pirati.

La Farnesina ha mantenuto il silenzio stampa per tutti gli oltre dieci mesi del sequestro nel tentativo di coprire le trattative in atto per pagare il riscatto, unica possibilità di ottenere la liberazione della nave e dei 22 uomini d’equipaggio (5 italiani e 17 indiani). Un silenzio istituzionale inutile perché aggirato brillantemente dai pirati somali che ogni tanto consentivano al comandante e a membri dell’equipaggio di telefonare a giornali e televisioni raccontanbdo violenze, torture, pessime condizioni di salute, minacce di morte e il trasferimento a terra  per essere usati come scudi umani in caso di blitz militare. Il silenzio del Ministero degli esteri non ha quindi impedito ai pirati di esercitare pressioni sull’opinione pubblica italiana per sbloccare le trattative.

Solo grazie ai pirati e alle notizie riportate dai media somali sappiamo anche che a sequestrare la nave italiana è stata la ciurma del “comandante Ilyaas”, esponente di spicco del clan dei Murarsade, uno dei più importanti dell’etnia Hawya. Come è accaduto in passato per il rimorchiatore Buccaneer e per il mercantile Rosalia D’Amato (e per decine di navi di tutto il mondo) anche la Savina Caylyn è stata liberata dopo il pagamento del riscatto. Anzi, forse del riscatto più alto mai pagato finora ai pirati somali pari a 11,5 milioni di dollari.

Anche in occasione del rilascio della nave il Ministero degli Esteri ha mantenuto il riserbo stampa sulla vicenda. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, celebrato come un grande comunicatore perché utilizza Twitter, ieri ha fatto sapere attraverso il social network che la Farnesina parlerà solo a vicenda conclusa ma poi ha ringraziato gli “attori istituzionali” che hanno lavorato alla soluzione del caso dichiarando che “il governo italiano non ha mai contemplato la possibilità di una trattativa diretta con i pirati e tanto meno il pagamento di riscatti per la liberazione degli ostaggi”.

Affermazione che non esclude che a trattare e a pagare sia stato l’armatore o qualche altro mediatore legato alle autorità somale che potrebbero aver ricevuto il denaro dall’Italia sotto forma di aiuti umanitari. In ogni caso che il riscatto l’abbia pagato il contribuente italiano o l’armatore della petroliera (la società Fratelli D’Amato) l’opinione pubblica non deve essere informata. Per fortuna a dare lezioni di trasparenza anche a questo governo italiano hanno provveduto i pirati stessi raccontando al giornale on line Somalia Report le ultime fasi del sequestro. Secondo la ricostruzione fornita, il riscatto è stato pagato in due fasi per garantire anche la liberazione dei 17 marinai indiani della petroliera poiché i pirati solitamente trattengono i marinai di Nuova Delhi per negoziare uno scambio con i criminali catturati dalla Marina indiana, nota per usare metodi spicci (ma efficaci) con le imbarcazioni e le ciurme di pirati.

Proprio questo delicato aspetto avrebbe prolungato di molti mesi le trattative intorno a uno dei sequestri più lunghi nella storia della pirateria somala. Una prima somma di 8,5 milioni di dollari, contenuta in un pacco, è stata lanciata all’alba di mercoledì da un elicottero e altri tre milioni sono stati consegnati ai sequestratori alle 12.30. Un’ora e mezza dopo la nave è salpata.”E’ stata una tattica degli armatori per assicurarsi che anche gli indiani venissero liberati” ha spiegato un esponente della banda di pirati. “Dopo aver lanciato il primo pacco con il denaro, ci hanno chiesto di lasciare allontanare i 17 indiani a bordo di alcune scialuppe e noi abbiamo accettato. Dopo che gli indiani si sono messi in salvo, ci è stata consegnato il resto del riscatto e noi abbiamo liberato gli italiani e la nave”.

Non è solo vergognoso che queste informazioni vengano fornite dai pirati e non dalle istituzioni italiane (che in democrazia hanno il dovere d’informare i cittadini-contribuenti) ma è soprattutto dilettantesco che in una situazione di crisi internazionale l’Italia lasci al nemico il monopolio assoluto dell’informazione.

—

Gianandrea Gaiani ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane

  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 22 Dicembre 2011

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Commenti

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Il 23 Dicembre 2011 alle 5:51 napoleon462000 ha scritto:

Il governo nazionale non vi entra affatto nel pagamento
per la liberazione del vascello.
Questo viene pagato dal sindacato assicurativo che ha coperto lo “Scafo e Motori”, cioe l’integrita e la funzionalita della proprieta assicurata (in questo caso il vascello). Meno male che funziona cosi…altrimenti si andrebbe alle calende greche.
Cosa il governo e la stampa possono fare e di smetterla di denigrare i contractors , cio esseri in stato civile ma pensionati dai corpi speciali come Consubin, Brigata Moschin, Folgore che possono legalmente ed efficentemente proteggere queste navi. Inoltre e’ molto strano che tutte le navi “Madri” che sono ben identificabili non abbiano mai incidenti come la rottura del “Kingston”o uno scoppio di una caldaia…..impariamo dagli Inglesi “Nel momento in cui non si vede piu la costa le leggi cambiano” Quante navi inglesi e francesi sono state sequestrate e perche non toccano i cinesi o i taiwanesi…..

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