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Wang Weilin, lo studente che fermò i carri armati nel 1989 in piazza Tienanmen e venne poi ucciso insieme ad altri manifestanti (AP Photo/Jeff Widener)
La Cina ha condannato il dissidente e scrittore Chen Wei a nove anni di reclusione, per “istigazione alla sovversione del potere dello Stato”: la più dura punizione nel giro di vite sul dissenso di quest’anno.
Tristemente ed eroicamente, però, per l’intellettuale quarantaduenne cinese la prigionia non è una novità.
Nell’Autunno delle Nazioni, nel 1989, era anche lui in piazza Tiananmen, studente in mezzo a tanti studenti mossi dalla protesta e dalla speranza di cambiamento. Allora fu la prima carcerazione, nella prigione di Qincheng.
In libertà nel 1992, per aver cercato di commemorare i morti di Tiananmen arrivò subito una nuova condanna, a cinque anni.
E ora Chen Wei ha accolto la sentenza del Tribunale di Suining, nella provincia del Sichuan, ancora una volta dal carcere, dove si trovava in seguito all’arresto lo scorso febbraio durante la “rivolta dei gelsomini”, il timido tentativo cinese di innescare una sommossa simile alla Primavera araba.
La sua condanna a nove anni, ora, è la terza più pesante subita per incitamento alla sovversione, dopo quella a undici anni al premio Nobel Liu Xiaobo, in carcere dal 2009, e quella a dieci anni a Liu Xianbin, condannato nel marzo di quest’anno.
“È innocente. Ha criticato il partito (comunista), cosa che nessuna legge vieta”, ha dichiarato Zheng Jianwei, uno dei difensori dello scrittore. “Ha semplicemente scritto alcuni saggi che non hanno mai contenuto appelli a rovesciare il governo”, ha sottolineato Liang Xiaojun, un altro avvocato del condannato. Alla lettura della sentenza, riferisce questi, Chen Wei avrebbe esclamato: “Sono innocente, la democrazia vincerà e sarà la fine dei dittatori”.
Il centro di informazione per i diritti di l’Uomo e la democrazia (Chrd) di Hong Kong segnala che il tribunale ha condannato Chen Wei dopo un’udienza che è durata meno di tre ore.
Chen era stato arrestato dalla polizia in un contesto di rafforzamento della repressione contro gli oppositori al regime comunista, da una serie di appelli a “cortei dei gelsomini” ispirati dalle rivolte filo-democratiche nei Paesi arabi.
Secondo l’accusa dal marzo del 2009 al gennaio del 2011 Chen avrebbe pubblicato articoli con contenuti sovversivi su diversi siti internet stranieri. Tra questi incriminato in particolare un articolo da lui scritto dal titolo La malattia di un sistema e l’antidoto della democrazia costituzionale e un altro dal titolo La crescita di una opposizione civile è la chiave per la democratizzazione della Cina.
Dal giorno del suo arresto, avvenuto il 20 febbraio 2011 ma formalizzato solo il 28 marzo, a Chen non è stato mai permesso di vedere la sua famiglia e sua moglie Wang Xiaoyan, e altri membri della sua famiglia hanno riferito di essere stati ripetutamente minacciati dalla polizia. Ai familiari del dissidente non è stato neppure consentito di assistere al processo.
“La Corte non gli ha nemmeno consentito di difendersi”, ha commentato Wang, la moglie di Chen, al telefono. “Lui è innocente. Che male c’è ad esprimere liberamente le proprie idee?”.
Sulle spalle di Chen Wei “pesano” diverse passate campagne che fecero infuriare i funzionari, tra cui l’aiuto ai genitori dei bambini uccisi nelle scuole crollate nel Sichuan nel terremoto del 2008 e la firma di Charta 08, il manifesto per la riforma democratica promosso da Liu Xiaobo.
Molti dei detenuti delle proteste di inizio anno sono stati rilasciati ma restano sotto sorveglianza della polizia. “Gli altri sono stati liberati, ma le autorità del Partito Comunista hanno sempre una mano morbida e un pugno duro”, ha detto Huang Qi, avvocato dei diritti umani amico di Chen Wei. “Infliggono condanne pesanti per usarle come deterrente per gli altri”.
- Venerdì 23 Dicembre 2011

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