
di Mattia Ferraresi
Il Des Moines Register, il quotidiano più importante dell’Iowa, sostiene il “sobrio, saggio e giudizioso” Mitt Romney; il New Hampshire Union Leader preferisce l’ex capo della Camera, Newt Gingrich. In altre parole: lo stato degli allevamenti e del conservatorismo protestante dà il suo endorsement a un banchiere mormone che ha studiato a Harvard e ha “cambiato idea” sull’aborto soltanto di recente, mentre gli opinionisti del New Hampshire preferiscono un gran maestro della politica polverosa di Washington a un compatriota del New England che ha dato una lunga e positiva prova di governo in uno stato democratico come il Massachusetts. Hanno addirittura chiamato Gingrich un “leader innovativo”.
Il curioso incrocio di appoggi esterni è soltanto un piccolo esempio dello scontro fra titani conservatori che sta raggiungendo il suo climax. Negli spot elettorali, così come nei dibattiti dal vivo, i due candidati repubblicani hanno ripescato dagli archivi passaggi contraddittori e imbarazzanti da esibire come prove dell’inadeguatezza politica dell’avversario. Per Romney si tratta innanzitutto di uscire indenne dalle accuse di incoerenza su aborto e matrimonio gay, una ferita aperta già dai tempi della corsa al Senato nel 1994. Il suo avversario di allora, Ted Kennedy, aveva insistito parecchio sul repentino cambiamento del mormone da convinto pro life e difensore del matrimonio tradizionale a improvvisato liberal per compiacere l’elettorato democratico del Massachusetts. Così nel 2002 Romney era un convinto pro choice, salvo poi cambiare ancora idea qualche anno più tardi. Lo ha colto in fallo un veterano del Vietnam che l’ex governatore ha incontrato in una visita elettorale in New Hampshire. Davanti alle telecamere, l’uomo, gay dichiarato, ha chiesto a Romney quale fosse la sua posizione sul matrimonio fra omosessuali e si è sentito rispondere che «il matrimonio è l’unione fra un uomo e una donna», con tanto di citazione dei padri fondatori, mentre lo staff del candidato cercava in tutti i modi di interrompere una conversazione rischiosa.
Se Gingrich non ha sfruttato fino in fondo il doppio standard etico di Romney, è perché i suoi stessi armadi sono pieni di scheletri. Ci sono i tre matrimoni, due dei quali corredati da espliciti tradimenti. La sua attuale moglie, Calista, era un membro del suo staff alla Camera, quando è iniziata la loro liaison clandestina. Erano proprio i mesi in cui Gingrich guidava l’agguerrita commissione d’inchiesta su un più noto affare extraconiugale in tutto simile al suo: quello del suo arcinemico Bill Clinton. E mentre l’ex speaker della Camera firmava il “giuramento matrimoniale”, simbolica promessa di fedeltà a uso dell’elettorato più conservatore, Romney si limitava a mandare in onda uno spot in cui ricordava che lui è “rimasto sposato con la stessa donna per 42 anni”.
Ma il veleno non finisce qui. Romney ha pubblicamente ricordato la consulenza da 1,6 milioni di dollari che Gingrich ha prestato a Freddie Mac, il gigante dei mutui, in qualità di “storico”: “È certamente lo storico più pagato della storia”, ha detto malizioso. La risposta non si è fatta attendere: “Restituirò tutti i soldi che ho guadagnato quando Romney restituirà quelli che ha guadagnato facendo fallire aziende e licenziando dipendenti durante i suoi anni alla Bain Capital”. Prima di impegnarsi in politica sulle orme del padre, infatti, Romney ha fondato un private equity di cui è stato amministratore delegato negli anni Novanta, attività che gli è valsa l’etichetta di “candidato dell’1 per cento” da parte del New York magazine. E il mormone è anche sotto osservazione per quella foga sospetta con la quale ha eliminato molti dati delicati prodotti dal suo governo in Massachusetts poco prima di lasciare l’incarico, proprio come se avesse qualcosa da nascondere. I critici dicono che l’operazione di pulizia informatica è costata ai contribuenti 100 mila dollari.
L’aspetto più usato in senso polemico nei confronti di Romney riguarda però la riforma sanitaria del Massachusetts da lui proposta e sponsorizzata, una specie di Obamacare ante litteram che l’allora governatore diceva sarebbe stata «esportata su scala nazionale». I sorrisi bipartisan di Romney e del senatore Ted Kennedy, nemico di mille battaglie, alla firma della legge fanno ancora gongolare Gingrich; allo stesso modo esulta Romney a vedere quello spot in cui la liberal Nancy Pelosi e il canuto ex speaker ammiccano su un divano spiegando le loro vedute comuni su ambiente e global warming. Certe alleanze non fanno piacere a un tradizionale elettorato conservatore che già da Newt ha avuto una brutta delusione, quando ha rifiutato il piano economico vergato dal deputato Paul Ryan, una specie di patente del conservatorismo. “L’ingegneria sociale di destra non è meglio dell’ingegneria sociale di sinistra” aveva tagliato corto Gingrich in modo sprezzante.
I sondaggisti dicono che Gingrich ha qualche punto di vantaggio sull’ex governatore del Massachusetts sia nel caucus dell’Iowa del 3 gennaio sia a livello nazionale. Allo stesso tempo dicono che nelle elezioni generali il candidato che avrebbe più possibilità di sconfiggere Barack Obama è Romney. Nelle ultime settimane di battaglia elettorale, a suon di spot televisivi ed endorsement, Romney ha ripetuto in modo ossessivo un dettaglio che è marginale solo in apparenza: quello delle regole elettorali con cui i repubblicani voteranno per la prima volta. Da questa tornata di primarie i candidati del Gop si giocheranno la nomination con un’abbondante correzionedel sistema in senso proporzionale: così la corsa sarà più lunga, più combattuta e tutti cercheranno di fare campagna anche negli stati politicamente ostili. L’ex governatore mormone sta organizzando i suoi sforzi secondo uno schema adeguato alle nuove regole. Con 32 milioni di dollari raccolti, Romney è il candidato più ricco (anche se negli anni Novanta invocava a gran voce i limiti alle spese elettorali), mentre Gingrich fatica ad arrivare a 3 milioni. Ma per vincere le primarie i soldi non bastano, servono gli endorsement. Avere il sostegno di grandi catalizzatori politici garantisce ai candidati copertura sul territorio, networking e un apparato di volontariato locale. Romney negli ultimi mesi ha ricevuto appoggi importanti, dal governatore del New Jersey Chris Christie alla governatrice della South Carolina Nikki Haley, passando per l’avversario di Clinton nel 1996, Bob Dole.
Questi calcoli strategici si aggiungono alle battaglie politiche di giornata, dall’immigrazione ai temi etici e alla politica estera. Nel tentativo di compiacere i falchi conservatori, Gingrich ha spiegato che se dovesse diventare presidente darebbe l’incarico di segretario di Stato a John Bolton, l’ex ambasciatore all’Onu che ha criticato la seconda amministrazione Bush per eccessi di moderazione sugli affari esteri. Suona come una risposta a distanza al piano a tinte neoconservatrici presentato da Romney qualche tempo fa. Poi ci sono l’aborto e i vari flip-flop di Romney da una parte e la solitudine politica del canuto Newt dall’altra, ma soprattutto un oscuro confronto fra candidati non emozionanti che sperano che la marea delle opinioni, del chiacchiericcio politico e dei «pundit», gli esperti, salga dalla loro parte.
- Martedì 27 Dicembre 2011

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