
di Sergio Romano
Quando fu deciso che l’Unione Europea avrebbe avuto un presidente e che questi sarebbe rimasto in carica per un periodo massimo di 4 anni (due mandati biennali), molti credettero che il nuovo sistema avrebbe segnato la fine delle presidenze semestrali: la formula che permette a tutti i paesi membri, in ordine alfabetico, di sedere per un breve periodo al vertice dell’Ue. Errore. La presidenza di turno venne confermata perché aveva, secondo i suoi sostenitori, virtù pedagogiche. Dimostrava il carattere paritario dell’Unione e offriva a ogni governo l’occasione per fare familiarizzare i propri cittadini con le questioni trattate a Bruxelles. È accaduto così che l’Ue, nel corso del 2011, fosse nel primo semestre ungherese e nel secondo semestre polacca.
Fra pochi giorni sarà danese e gli europei dovranno fare qualche sforzo per riconoscere e pronunciare i nomi delle persone che presiederanno, in nome della Danimarca, le numerosi riunioni ministeriali dell’Ue. Il primo ministro è una socialdemocratica, Helle Thorning–Schmidt, che ha vinto le elezioni dello scorso settembre contro una coalizione di centrodestra e presiede ora un governo di centrosinistra formato da due partiti socialisti e un partito radical-liberale. Il ministro degli Esteri è Villy Søvndal, socialpopolare, ed è a quanto pare l’esponente più euroscettico di una coalizione che è comunque assai più europeista di quella sconfitta nello scorso settembre.
Il predecessore di Helle Thorning-Schmidt governava con l’appoggio del Partito del popolo danese, una formazionale nazional-populista che sventola continuamente di fronte agli occhi del paese il drappo rosso dell’immigrazione e aveva costretto il suo governo a ripristinare, contro le norme del trattato di Schengen, il controllo della frontiera con la Germania. Oggi il clima dei rapporti fra Copenaghen e Bruxelles è migliorato, ma il nuovo governo danese non potrà ignorare quella parte dell’opinione pubblica che diffida dell’Europa e tende, come accadde per il problema dell’euro, ad allinearsi sulle posizioni britanniche.
Molti temono che il rigore imposto dall’asse franco-tedesco impedisca al governo di stimolare con un pacchetto d’incentivi un’economia che ha registrato negli scorsi mesi segnali preoccupanti. Altri sostengono che il trattato intergovernativo sull’unione fiscale, se il governo danese deciderà di sottoscriverlo, dovrà essere sottoposto al vaglio di un referendum popolare. Helle Thorning-Schmidt cercherà di evitarlo e presiederà l’Ue con impeccabile correttezza e una particolare attenzione per i temi dell’economia verde. Ma non potrà ignorare di avere dietro di sé un paese che non ama né i partner “irresponsabili” della fascia mediterranea né le prediche della Germania, il paese contro il quale ha combattuto e perduto la sua ultima guerra (1864) e da cui è stato occupato durante la Seconda guerra mondiale.
Non è probabile tuttavia che i malumori danesi abbiano una influenza decisiva sul trattato proposto da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Insieme ai maggiori paesi dell’Unione e al presidente della Commissione, il vero pilota dell’Ue, soprattutto per le questioni che sono materia del trattato, sembra essere Herman van Rompuy, l’uomo politico belga eletto alla presidenza dell’Ue nel 2010. Secondo la bozza presentata ai governi negli scorsi giorni, il trattato entrerebbe in vigore non appena ratificato da nove paesi. Se vi sarà un referendum danese, il no degli elettori non impedirebbe all’Europa di avere una unione fiscale.
- Martedì 27 Dicembre 2011

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