Dopo una settimana segnata da violenze, attacchi e scontri tra i militanti di Boko Haram e le forze di polizia nigeriane, una serie di attentati hanno nuovamente scosso Abuja e il nord est della Nigeria la mattina del giorno di Natale. Una bomba è infatti esplosa nella chiesa cristiana di Santa Teresa a Madala, quartiere alla periferia della capitale. Ventisette i morti secondo fonti ospedaliere.
Un’altra esplosione in una chiesa di Jos ha fatto almeno un morto, mentre un altro attentato kamikaze a Daituri ne ha fatti un numero imprecisato. In questo caso, l’attentatore a bordo di un’auto è stato individuato dalla polizia ma non è stato fermato in tempo dalle forze di sicurezza.
La settimana scorsa ancora attacchi a Damaturu e Potiskum, nello stato di Yobo e poi a Maiduguri, capitale del Borno, nord est della Nigeria. Sabato scorso, una telefonata fatta all’agenzia Afp da parte di Abul Qaqa, che si è presentato come portavoce del gruppo, ha rivendicato la serie di attentati come ritorsione per le azioni compiute dalla polizia nel 2009.
Tre anni fa le forze di sicurezza nigeriane repressero infatti nel sangue un tentativo di insurrezione da parte degli islamisti lasciando sul terreno in tutto 700 morti.
Ibrahim Gaidam, governatore dello stato di Yobe, ha imposto il coprifuoco da giovedì scorso. Secondo fonti governative il contrattacco sferato dalla polizia avrebbe eliminato almeno 50 membri di Boko Haram. Tre i poliziotti rimasti uccisi nell’operazione. A riferirlo alla Reuters, il generale Azubuike Ihejirika, che ha condotto l’attacco a Damaturu venerdì scorso.
Secondo l’ufficiale che ha smantellato una delle basi operative del gruppo, Boko Haram ha a disposizione armi pesanti e sofisticate, tra cui ordigni esplosivi e mitragliatori. Solo quest’anno la setta sarebbe responsabile di almeno 500 morti.
Alcune osservazioni: c’è chi evoca lo spettro della guerra civile in Nigeria. L’analisi mi pare fuori luogo. Boko Haram è un’organizzazione che conta alcune centinaia di militanti (si parla di 300 miliziani) ma la reale presa sulla popolazione è tutta da verificare. Boko Haram lotta, a suo dire, per difendere la comunità islamica dalle vessazioni dello stato centrale.
Una cosa è certa: la disparità fra nord e sud, le differenze sociali ed economiche sono linfa vitale per un gruppo come Boko Haram. Un nord in prevalenza musulmano ma più povero, un sud più ricco a maggioranza cristiana.
In Nigeria, 150 milioni di abitanti, vi sono 350 gruppi etnici differenti, e si parlano 250 lingue diverse. I tre quarti della popolazione vivono con meno di 1,25 dollari al giorno. Molti di questo al nord. Ecco un otimo propellente per l’estremismo intriso di religione.
E ancora, la polizia e le forze di sicurezza, come ha denunciato Amnesty International due anni fa, che ha un pugno troppo duro, è un altro fattore scatenante della violenza. Secondo alcune organizzazioni dei diritti umani nigeriane, gli interventi della Joint Military Task Force in città come Maiduguri, per esempio, hanno provocato diverse vittime civili. E questo non fa che aiutare Boko Haram.
Da alcuni anni, l’intelligence occidentale (la Cia ha inviato suoi uomini nei mesi scorsi ad Abuja) tiene d’occhio la Nigeria: in particolare, si temono i legami del gruppo con Al Qaeda nel Maghreb e con Al Shabaab in Somalia. Quello che manca da parte della comunità internazionale e forse del Governo Federale Nigeriano è una visione per il futuro: dare sostegno al nord, farlo crescere economicamente è di certo la ricetta migliore per sradicare un fondamentalismo di opportunità.
Boko Haram vuole l’estensione della sharìa all’intera Nigeria. Ma già gli stati del nord (la Nigeria è un governo federale) per ciò che riguarda sopratutto il codice di famiglia si riferiscono alla legge islamica.
Un altro fattore che Boko Haram potrebbe cavalcare facilmente è la mancata “alternanza”, consuetudine non scritta, alla Presidenza dello Stato Federale, non rispettata da Goodluck Jonathan, cristiano del sud, succeduto a un presidente musulmano.
Infine, il salto di qualità Boko Haram lo ha compiuto lo scorso agosto con il feroce attentato alla sede Onu di Abuja. Lì si è imposto come attore di livello internazionale e non solo locale.
Di tutti questi fattori Goodluck Jonathan deve tenere conto studiando le sue contromosse.
Come dovrà tenere conto di una pratica denunciata da Wikileaks nel 2008: i sospettati terroristi islamici quando rilasciati dalla prigione, venivano affidati a Imam locali per una “rieducazione” religiosa. Una pratica che, secondo l’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra è malpensata e controproducente.
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Giampaolo Musumeci fotografo, giornalista e videoreporter si occupa di guerre e questioni africane. Collabora con giornali, radio e tv italiane e internazionali, tra cui SkyTg24, Radio Svizzera Italiana. Su Radio24 conduce il programma di attualità internazionale “Nessun luogo è lontano”
- Martedì 27 Dicembre 2011


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